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Diario


10 ottobre 2005

Disertori IV° Capitolo, seconda parte.

Scusate la lunghezza, ma sono molto affezionato al racconto che posto e volevo inserirlo per intero e dedicarlo a Simon... figlio di colui che mi ha ispirato tale pezzo e che è nato un paio di giorni fa!
Con emozione, affetto e amicizia: ciao Cuggi'
Nighty

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo

AIMEZ – VOUS LE BASKET BALL?


Simone guardava fuori dalla “fenetre” il grigio che colava su Parigi e con una mano scansava l’umida e nebbiosa patina che gli impediva la vista. Silenzio in casa, lettere a metà, fotografie, ricordi, panni sporchi sul letto sfatto, ritagli di giornali, tanti libri, una bottiglia di vino sul davanzale e il bicchiere di fianco.
Libero, solo, mai in solitudine, come una spugna asciutta, immersa in un’immensa bacinella d’acqua chiara, fresca, tutta da assorbire…
Prende il bicchiere, lo accompagna vicino al naso, aspira e mescola il rosso delle colline francesi con il grigio–pioggia di Parigi, poi lo gusta intensamente man mano che risale le cavità orali, fino a sentirlo quasi in pancia, nei polmoni, nel cuore, nelle braccia. Sorseggia delicatamente, alza il bicchiere come in segno di saluto, fa un cenno con gli occhi e rende onore alla vita che ogni giorno gusta e vive. E’ un anno e mezzo ormai: quel mese di vacanza solo un debole ricordo, sembra solo un attimo il tempo che gli ci è voluto per fare una telefonata, trovare un lavoro, un appartamento, scegliersi l’università e cominciare una nuova vita, per vecchia che si potesse ritenere quella dei suoi primi vent’anni.
– Cos’avevo che non andava? – Si chiede, come per assaporare ancor di più il presente e sognare il futuro… poi si risponde:
– Tutto! Ero perso nella meccanica delle cose, uno dei tanti pezzi di un mosaico; qui sono un elemento di discontinuità, un’incognita!… Libero! - Sorseggia ancora.
– Aimez–vous le basket ball? – Berangère: la figlia del padrone di casa, una dolce ragazzina di 14 anni, biondo–castana, occhi neri e sorriso interrogativo stampato sulle labbra. Chiede, domanda, cerca continuamente… è per questo che gli è simpatica.
Nel silenzio si è avvicinata, gli ha sfiorato la schiena, distogliendolo dal paesaggio e dai suoi pensieri auto–celebrativi.
– Aimez–vous le basket ball? – Ripete.
Simone si volta, sta per rispondere di si, ma qualcosa lo rattrista. Sente un battito dentro che non ricordava da quando Lara lo aveva lasciato!
Chiede scusa a Berangère, ma ha voglia, ora, di stare solo!
Torna a guardare fuori e qualche immagine comincia ad agganciarsi alla domanda della ragazzina: pomeriggi assolati in Italia, prime pionieristiche partite a basket!
Ora ricorda le partite al campetto… e si chiede il perché di quell’improvviso disagio.
E’ tardi, esce di casa, Francis e gli altri lo attendono giù in strada.
– Mon ami! – Gli grida l’amico, appena fuori dal portone.
Simone si volta, alza un braccio in segno di saluto e va via di corsa. Cerca un posto tranquillo, lo trova, si siede su un muricciolo e chiude gli occhi…

…La sera aveva già acceso le stelle e le finestre nella cittadina. Musica dal giradischi, parole, idee, storie, sogni si comprimevano in quel piccolo spazio temporale, prima di cenare. Ogni tanto Franco si fermava a mangiare, per continuare dopo, per allungare un po’ il tempo, sempre troppo veloce e rigido.
Quante volte è accaduto, quanti viaggi, quante persone conosciute insieme, quanta libertà nell’esprimersi, nel comunicare fra loro. Quanta forza nel cercare e tenere stretti amici, esperienze, poi qualche screzio stupido, Franco cambia città, non va lontano ma si vedono sempre meno. Poi la storia con Lara, i problemi in famiglia, le difficoltà a mantenere i contatti con gli amici presi a scacchiera da studio, lavoro…
Senso di distacco, desiderio di una vita indipendente da tutto questo, poi la vacanza a Parigi…
Ma c’è ancora il sole nella sua testa, il sudore, i sorrisi, le urla di quel campo.
Apre gli occhi, sono le 18:30, 10 aprile 1963…
Torna a casa, sale le strette scale del vecchio palazzo, fino alla sua mansarda.
Annusa il profumo del legno, dei libri, si guarda attorno e cerca tra le foto, le scarpe, gli sportelli degli armadi, sul tavolo… niente! Niente che lo riporti indietro a quel periodo che risale su come peperoni a cena, insieme a quell’ultimo bicchiere bevuto alla faccia di tutti, alla finestra… alla faccia di chi?
Cerca sull’agenda vecchia, legge vecchi indirizzi ingialliti e il rumore che fanno dentro di lui è come il friccichìo della puntina sui dischi: insieme alla musica suona il tempo vissuto e stampato sul nero vinile e te lo ricorda fino a quando, “stack!”, non alzi la puntina.
Ora la puntina era tornata a raschiare dentro Simone. Ora dorme, riposa, e sogna.
In soli due giorni aveva organizzato tutto: 4 giorni di ferie, un saluto veloce agli amici, 5 minuti per annusare l’aria alla stazione e poi via! Sul treno.
– Eccola la mia cittadina! – : la stazione. il verde, i rumori, i profumi, ora la ricompone a poco a poco nel suo cuore, scende dal treno, telefona a casa e aspetta.
Dieci minuti ad aspettare, a guardare fuori come dalla mansarda di Parigi, per capire quanto tutto ciò gli è ancora famigliare.
Arrivano i “suoi” con Michele, caro amico di sempre, si salutano, istintivo e sicuro, chiede:
– Ma Franco?
Silenzio in auto, solo il rumore dei cambi nervosi del padre.
“Schiaff!!” La mano della madre colpisce la fronte con forza e disperazione.
Michele sgrana gli occhi, accenna:
– Ma, come è possibile… – Ma dopo pochi puntini di sospensione prende coraggio:
– E’ morto!
– Un incidente stradale, un anno fa… – Spiega la madre.
Chissà come, nonostante la gravità del fatto, nel momento stesso in cui Simone volle di dimenticarli, loro si dimenticarono di lui.
Solo tre parole:
– Portatemi da lui.
Rimase immobile più di mezz’ora a guardare la tomba, i fiori e quella stupida foto sorridente…
– Lui non amava le pose!
Poi andò via.
Pochi giorni passati tra foto, i luoghi abituali di un tempo e il campetto… tra improvvisi sensi di colpa: ricordava di non averlo salutato quando partì.
Rivide tutti a poco a poco, ma non ha il coraggio di affrontare la famiglia di Franco.
Squilla il telefono, sono le 21:00, l’indomani Simone riparte, con lui sono un po’ di amici e Michele.
Rispondono:
– E’ per te! – Simone, curioso:
– Chi è?
– La madre di Franco! – Michele gli porge la cornetta.
Parla un po’, poi attacca e trascina Michele fuori.
– Accompagnami dalla madre di Franco! – Chiede mentre sono già nell’auto!
Lo attendeva fuori della porta: un piccolo giardino, un lume sulla porta illumina di un caldo giallo la notte. Sarà per quello o per la distesa e serena espressione della donna, ma ora non ha più paura.
– Ecco, è una lettera, l’aveva scritta poco prima di… voglio dirti che non ce l’ha mai avuta con te, anzi, quasi se l’aspettava…
Apre frettolosamente la lettera, ne strappa un lembo, sorride teso, lo tiene con due dita e legge:
“Caro Simone, solo poche parole, perché non voglio in un attimo mi ritorni con tutte le spiegazioni che in realtà esigo; volevo solo farti immaginare la mia voce, leggendo alcune mie parole e stimolare in te un desiderio di comunicazione, qualcosa che ti spingesse a salutarmi, salutarci, magari a Natale.
Volevo che tu sapessi che, quando ti vidi dopo la fine della storia con Lara, dopo i litigi in famiglia, e ricordando tutti i nostri sogni, ero sicuro che ci avresti provato a cambiare, anche se sembrava una semplice fuga: troppo poco per risolvere tutto.
Penso che quei problemi riposeranno in te per un po’, ma quando si sveglieranno, non esitare a chiamarmi, perché io, in fondo, ti capisco: io sognavo e basta, tu agivi, sempre! E spesso riuscivi… ti saluto…”.
Una lacrima ora confonde un ultimo baffo della strana calligrafia di Franco:
– Posso tenerla?
– E’ tua! – Un abbraccio tenero, forte, lungo, un sorriso di ringraziamento, si salutano e si allontanano.
La donna attende ancora un po’ fuori, annusa la fresca aria di campagna, frena la commozione per le troppe lacrime già versate, un grosso respiro, caccia via l’aria e in un attimo gira, chiude la porta e spegne il lume.
Simone ora è a letto, fra poche ore sarà di nuovo sul treno, la sua vita lo attende di nuovo… nuovo, più vero e sereno. Sussurra:
– Grazie Fra’, grazie Miche’!
Ora la notte è tornata blu, scura e calda della sua luce.

C’è euforia ‘stasera a casa del vecchio “Simon”: un italo– francese scappato tanti anni fa da un ambiente che non sentiva più appartenergli, ora riposa la sua stupenda vita con Genevieuve in una villetta alle porte di Parigi.
Su al primo piano c’è una stanza che Simon usa affittare a giovani studenti italiani.
Oggi arriva Antonio starà qui per alcuni mesi a studiare…
Suonano alla porta, il vecchio Simon guarda con tenerezza Genevieuve mentre cucina, e va ad aprire.
– Ciao, tu devi essere Antonio!
– Si! Buonasera, lei è Simon e… la sua signora, buonasera!
– Buonasera Antonio, ben arrivato, hai fatto un buon viaggio? – Chiede in uno stupendo accento parigino Genevieuve.
– Ottimo, piacevole, grazie!
– Vieni, ti faccio vedere la stanza…
Simon sale le scale e il ragazzo lo segue guardandosi intorno curioso e radioso.
– Ecco qua… ma, come ti senti? Dì la verità.
– Benissimo! Finalmente a Parigi, solo e … non lo so… mi sento grande!… Voglio trovarmi un lavoro, essere il più indipendente possibile finché sarò qui!
– Mmh! Si, ne ero certo! Aspettami qui, torno subito!
Quasi di corsa l’anziano signore scende, prende una bottiglia di vino, due bicchieri e poi, quasi di corsa risale gli scricchiolanti gradini di legno.
– Ecco, accomodati pure, prendine uno e ascolta – Porgendo un bicchiere. – … dì, ti piace il basket?
– Come dice? – Incuriosito Antonio guarda Simon e aspetta.
Questi versa del vino nei bicchieri, fuori dalla “fenetre” qualche goccia di grigio comincia a colare il tardo pomeriggio parigino, è il 15 febbraio 1993.
Simon si alza, va verso la finestra, scansa l’umido e nebbioso manto che gli impedisce la vista, alza il bicchiere, fa un cenno con gli occhi verso una foto, invita Antonio ad avvicinarsi, poi ripete:
– Aimez– vous le basket ball?… E’ una lunga storia…
...Continua...




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Note Biografiche dell'essere vivente in questione...

Nighty
 nasce… come tutti!
E sarà proprio questo che gli regalerà quell’eterna espressione di stupore nel non persuadersi che un essere come lui potesse venire al mondo come gli altri esseri umani!
Passerà la prima parte della sua vita nell’abile arte di mimetizzarsi tra gli abitanti del globo terracqueo, annaspando volontariamente tra la mediocrità di studi tecnici e gli approcci poco convincenti con l’università.
Successivamente, con una spiazzante mossa del tutto uguale a quella dei migliori esemplari di homo sapiens (una raccomandazione parentale), conquista un posto in fabbrica come operaio generico.
Non contento della mimetica e insulsa vita fin lì costruitasi, identifica in un altro mestiere l’apoteosi dell’idiozia e contemporaneamente il suo posto perfetto per ingannare qualunque dubbio sulla sua provenienza o presunta intelligenzaL’Animatore Turistico!

Purtroppo l’istinto primordiale di scarabocchiare e far domande su qualunque cosa riempia della sua massa l’atmosfera di questo sconosciuto pianeta, e formulare di tanto in tanto pensieri di senso compiuto su fogli di cellulosa, ancora oggi minano la sua faticata tranquillità.
Si è recentemente prodotto in un libro di racconti e frammenti poetici (Racconti e Frammenti, Montedit 2005), scrive saltuariamente su un Blog (www.nightfreeqnc.ilcannocchiale.it) e continua a far domande e ad impiastrare albe primordiali e intensi tramonti con la sua pedissequa espressione di stupore.
Voci veritiere e confermate dai fatti che lo danno vincitore di un premio letterario col suo primo romanzo “Noiæ (jamme po’ iì!)”(poi trasformato in "Noi (...ae!)" per l'imminente edizione Serarcangeli), acuiscono l’incombenza che prima o poi venga riconosciuto, isolato e reso innocuo per la società.
Nell’attesa del lieto evento le ultime notizie pervenute lo danno eremita in un luogo ameno alle pendici di un monte del “Golfo del Lazio” alle prese col suo secondo romanzo.
Nel frattempo subisce gli effetti delle fobie da letto singolo e degli sbalzi di umore propri della sua natura.

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