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Diario


9 novembre 2005

Disertori IV° Capitolo, ultima parte

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IV° Capitolo


12/7/’93


Il grigio volto dell’uomo anziano e stanco riposa nel letto: il respiro è affannato il volto disteso.
Ha parlato di una casa nel verde, per tutti, per lui. Di…
Cosa farà il 2 agosto nel giorno del suo compleanno, il primo compleanno passato in una casa davvero sua, con tutti i figli, i problemi, le gioie a salutarlo e a tenerlo ben piantato per terra; ma con quel velato sorriso di attesa e di speranza.
Ha parlato di solide mura da restaurare ed abbellire: i rapporti fra noi. Ha chiesto un bicchiere d’acqua e ha mandato al diavolo un’infermiera che non gli centrava la vena, poi ha chiuso gli occhi, ha salutato e ha cominciato a dormire.
Il borbottio dell’ossigeno fruscia alle mie orecchie, svegliando immagini, consuete, di vita familiare, quasi disprezzata nei suoi modi di manifestarsi, in obblighi fastidiosi, in orari apparentemente stupidi o in volti crucciati, preoccupati… inspiegabili.
Ora coloro quelle immagini, le muovo nella testa, le animo e ne percepisco il calore, l’affetto, ma anche la rabbia, il distacco, i colloqui frettolosi, le litigate fracassone, i sorrisi leggeri, liberi.
La vita insomma, la mia–nostra vita che mi tenevo stretta, difendevo dalla banalità più tranquilla delle altre che incontravo; dal viziato conformismo che imperava tra i conoscenti!
Poi un lungo periodo di solitudine e tristezza: i problemi prendono il sopravvento sulla leggerezza e le risate, i litigi sui colloqui e il conformismo e la banalità ricercate come fuga liberatoria…
L’uomo anziano è stanco e preoccupato, è l’unico che ci crede ancora, che spera e urla, si dispera, ma agli occhi degli altri appare solo esagerato. Le loro orecchie, le mie, non captano più le sue parole, ma solo il senso distorto che vogliono dar loro.
– La casa?… La casa costa! Il lavoro… (e guarda i suoi figli) il lavoro non si trova!
Che dolore al petto uomo!
Quel dolore lancinante che blocca il respiro, piega le ginocchia e ti appoggi al bastone guardando la cima della tua montagna che si allontana.
I boschi ingrandiscono, gli ostacoli si alzano, i pesi si moltiplicano, e paesaggi interi rimpiccioliscono, fino a diventare l’immagine che dalla panca del tinello per la finestra che dà sulla piana del Fucino, ogni giorno guardi e sogni di riavvicinare; con due passi in più, poco per volta, senza strafare, quando il petto avrà smesso di dolere, e conti i minuti che portano alla fine di un’altra giornata.
Il respiro aumenta di frequenza e diventa corto, il tuo sguardo fissa incredulo quello di tuo figlio: ti chiedi se ce la farai ad andare in bagno da solo, ma senza parlare.
Sei appoggiato alla forte spalla del giovane, pensi che è solo un effetto collaterale, che passa, che poi torna, che sta distruggendo quel dolore dentro…
Ora sei su un letto d’ospedale, da due settimane: parli con i parenti, con i colleghi di lavoro, con tua moglie:
– Mangia un altro budino!
La guardi come se fosse la tua mamma apprensiva e apri il barattolo.

E’ domenica 11 luglio, entro in camera. L’uomo dorme, è dimagrito molto, respira molto affannosamente, saluto la donna che gli tiene la mano: un’immagine alla quale non ero abituato, ma è bellissima.
Sono molto vicini ora e capisco che è così da sempre.
Le chiedo:
– Novità?
– Ha detto: “Il trasloco, il trasloco mica se fa co’ ddù giorni vajò… passami l’acqua… allora, che mi fai per il 2 agosto a casa nuova?” Poi ha chiuso gli occhi, ha sonnecchiato un po’ era stanco.
Dopo un po’ ha alzato la mano e mi ha detto: “aiutami a poggiarlo là.” Intendeva il bicchiere… ma non l’aveva tra le mani! Allora gli ho preso la mano e l’ho poggiata sul letto.
Sorrideva la donna mentre raccontava l’aneddoto, ma gli occhi erano lucidi.
– Poi ha concluso: “Beh, ora che ho preso il sonnifero posso dormire…”
Sorride ancora ma gli occhi battono velocemente e rapida la testa si volta a guardarlo, e si siede sulla sedia lì vicino.
Apro un giornale e leggo qua e là: sento il respiro rallentare, chiedo se l’avesse mai fatto, la bocca è aperta a cercare aria, gli occhi quasi strizzati, e dorme.
La donna … mia madre… risponde di no e si volta di nuovo.
– Mercoledì dovrebbe tornare a Roma per riprendere la cura…
Il respiro rallenta e diventa più leggero.
Chiudo il giornale, mi alzo dalla sdraio, che era lì per le notti passate ad accudirlo, e mi appoggio con le mani ai piedi del letto… e lui dorme.
Il ritmo rallenta ancora, come un lento sfumare di una dolce ballad. Sono le 14:45 e i secondi vanno così lenti che tutto sembra muoversi al rallentatore.
Mia madre si alza, prende di nuovo la mano dell’uomo, lo guarda mentre l’accarezza, il respiro quasi non si sente più, esco a chiamare qualcuno.
Torno, lo guardo e ascolto il suo affanno incatenarsi al mio, al gorgoglìo dell’ossigeno e al respiro preoccupato di mamma.
Poi questo intreccio ritmico sembra semplificarsi paurosamente: qualcuno degli elementi che lo componevano sta allontanandosi diminuendo la sua presenza. Le mie orecchie incredule chiedono conferma agli occhi: guardo mamma, ascolto l’ossigeno, i battiti frettolosi del mio cuore triste e… l’uomo è sempre lì, disteso, ora più rilassato, che dorme, ma non vedo il suo respiro gonfiare le narici. L’infermiera entra, gli prende il polso e mi guarda. Mia madre accarezza ancora la mano, poi allunga l’altra sulla fronte per sentirlo ancora una volta, ma lui non risponde.
Ora con tutte e due le mani tiene forte quella dell’uomo e si siede lentamente sulla sedia.
Io piego i gomiti sulla spalliera, porto le mani sulla bocca, lo guardo ancora immobile e teneramente sorridente come se tutto fosse normale e sorrido anch’io, lasciando scorrere una lacrima sulla guancia.
Il sole a fette, dalla persiana illumina la stanza silenziosa, l’ossigeno è stato chiuso, non c’è più ritmo, non più musica… non più vita!
Mio padre è morto alle 14:50 di domenica 11 luglio nella camera 11 del reparto di medicina mista all’ospedale di Avezzano. Io ero lì a vederlo andare via, così dolcemente, delicatamente, che mi sembra che da un momento all’altro me lo ritrovi di fronte mentre suono il sax, a dirmi che è ora di cena.
Papà… spero che mi guardi mentre cerco di crescere. Aspettami non andar via, perché ci sono tanti posti ancora che volevamo vedere insieme, c’è ancora tanta musica per noi… spero di non deluderti papà!!! Ciao!
Il 2 agosto, di ogni anno, daremo una festa, ovunque saremo, e tu sarai il nostro invitato speciale…
...Continua...




permalink | inviato da il 9/11/2005 alle 20:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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Note Biografiche dell'essere vivente in questione...

Nighty
 nasce… come tutti!
E sarà proprio questo che gli regalerà quell’eterna espressione di stupore nel non persuadersi che un essere come lui potesse venire al mondo come gli altri esseri umani!
Passerà la prima parte della sua vita nell’abile arte di mimetizzarsi tra gli abitanti del globo terracqueo, annaspando volontariamente tra la mediocrità di studi tecnici e gli approcci poco convincenti con l’università.
Successivamente, con una spiazzante mossa del tutto uguale a quella dei migliori esemplari di homo sapiens (una raccomandazione parentale), conquista un posto in fabbrica come operaio generico.
Non contento della mimetica e insulsa vita fin lì costruitasi, identifica in un altro mestiere l’apoteosi dell’idiozia e contemporaneamente il suo posto perfetto per ingannare qualunque dubbio sulla sua provenienza o presunta intelligenzaL’Animatore Turistico!

Purtroppo l’istinto primordiale di scarabocchiare e far domande su qualunque cosa riempia della sua massa l’atmosfera di questo sconosciuto pianeta, e formulare di tanto in tanto pensieri di senso compiuto su fogli di cellulosa, ancora oggi minano la sua faticata tranquillità.
Si è recentemente prodotto in un libro di racconti e frammenti poetici (Racconti e Frammenti, Montedit 2005), scrive saltuariamente su un Blog (www.nightfreeqnc.ilcannocchiale.it) e continua a far domande e ad impiastrare albe primordiali e intensi tramonti con la sua pedissequa espressione di stupore.
Voci veritiere e confermate dai fatti che lo danno vincitore di un premio letterario col suo primo romanzo “Noiæ (jamme po’ iì!)”(poi trasformato in "Noi (...ae!)" per l'imminente edizione Serarcangeli), acuiscono l’incombenza che prima o poi venga riconosciuto, isolato e reso innocuo per la società.
Nell’attesa del lieto evento le ultime notizie pervenute lo danno eremita in un luogo ameno alle pendici di un monte del “Golfo del Lazio” alle prese col suo secondo romanzo.
Nel frattempo subisce gli effetti delle fobie da letto singolo e degli sbalzi di umore propri della sua natura.

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