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Diario


8 maggio 2005

Disertori II° Capitolo 6° Parte

L'inizio
II° Capitolo
... ...
Il sonno lo assale è tardi, ha riesumato vecchie storie, ma sentirle camminare i loro passi soffici sul petto villoso, gli ha procurato buone vibrazioni e la consapevolezza che allora, nonostante le delusioni, c’era, ed era viva ancora in lui, quella "cosa" che dava vita ai suoi giorni… la ricerca doveva continuare.
Grazie a quei vecchi scritti, i ricordi gli apparivano come una sorta di auto celebrazione, che lo rinvigoriva e lo preparava all’ultimo più doloroso ricordo di quel periodo. Poi avrebbe ceduto al sonno!

FELICITÀ È UN’ANCIA RICO NUMERO TRE
Lucia era appena entrata nella mia camera per staccarmi dal sax ed uscire. Non posso negare che con me abbia molta pazienza, ma io quando suono, penso, e i pensieri sono musica e a me piace suonarli… e il cerchio si chiude!
Sfilo il bocchino del sax, sfilo l’ancia, la asciugo, la poggio sulla scrivania, che giganteggia al centro della stanza. Lei sbuffa e nervosamente si passa le mani tra i capelli neri, corvini, corti; corti i suoi sguardi verso di me, come frecce di una balestra e altrettanto fulminanti.
– … Nervosa? E’ presto! Ho quasi finito, ora usciamo. Lo sai che questo è jazz! e quando mi assale, è difficile per me allargare le sue fauci ed uscirne… – La guardo, dopo la mia “recita”... sorrido, lei no!
– A che pensi quando suoni?
– Ma… a tante cose… – Prima che trovi una fine alla frase:
– A chi pensi?
– Ah! Ora comprendo! Certo anche a te… – Sentendo che la forma non era molto elegante…
– … Cioè… è questo che mi chiedevi?
– Più o meno!
– Dai, vieni.
Allargo le braccia, ma lei raccoglie l’ancia, impaziente:
– Dai andiamo è tardi!
– Sì! Sì! Ma che hai? – Poi, preoccupato: – Cosa ci fai con la mia Rico numero tre?
– Niente! – Poi lascia cadere le braccia un po’ più rilassate e mentre usciamo dall’ascensore continua:
– Ogni volta che ti guardo suonare ti vedo assente e penso: “Sarà la musica, sarà Dex…”
– Era Branford Marsalis… – E ora si è incavolata di nuovo e stringe la mia ancia tra due dita col pollice che fa flessioni su di lei.
– Non scherzare! Non mi interessa se era Blanford.
– Branford? – Mi inserisco sottovoce sorridendo.
– Chi se ne frega! Quanto sei scemo! – Alla parola scemo mi vedo in un fermo immagine e lei che piega sempre di più quell’ancia tra le dita.
– No, non ce la faccio più non posso stare più con te, con uno che si comporta come un pazzo, che si innamora di una sconosciuta…
– Cosa? una volta questa pazzia la chiamavi in un altro modo, lo sapevi che non sarei stato il “fidanzatino tutte coccole”… e poi chi è la sconosciuta?
I suoi occhi ora sono colmi di lacrime mi guarda sento uno “stack!”, lascia cadere due metà di un’ancia Rico numero tre a terra e va via in un attimo!
Era l’ultima! E io ho lasciato che si rompesse senza muovere un dito… era una ragazza formidabile, ora lo sento più che mai, e… deve aver sentito la mia lontananza, in certi momenti, ieri l’ha vista “lei”, deve aver capito, ma io non ho fatto niente!
E poi è proprio vero: chi la conosce? Si! Qualche parola qua e là ma… mi sarebbe piaciuto risalire e suonarci su! Ma ero senza ance! Allora vado verso la piazza, sento un freddo dentro che mi sconvolge. Gli amici parlano ed io li ascolto… ma non li capisco e ora so come si sentivano quando mi chiedevano consigli in simili situazioni e li vedevo assenti, persi con lo sguardo a cercare lo sguardo della loro “lei”.
La vedo, ma fugge il mio estremo richiamo, vorrei capire, vorrei riprovare, mi ha colto di sorpresa ma … mi distraggo: “lei” la sconosciuta, si avvicina con un’amica mi saluta rapidamente e io mi accorgo di seguirla, finché non scompare tra la gente, finché Max non mi chiama.
– Max! Ciao! Come stai?
– Bene! Senti suoniamo la prossima settimana, con tutti gli amici del vecchio gruppo… ora non puoi dire di no…
– No! No! Cioè, no certo… Sì… vabe’, come funziona?
– Grande! Allora dimmi un paio di brani, te li provi e poi d’amblè li suonerai giovedì prossimo… ci saranno tutti, sì!
– Ok! Due brani per uno!
– Più o meno – Aggiunge Max.
– Poi sai si improvvisa, tiriamo a tardi… locale colmo di gente, fumo basso negli occhi…
– Grida, gambe, occhi che guardano, musica jazz… – Continuo.
– Yeah! – All’unisono.
– Be’, I pezzi da suonare… direi “To you” e “Solar”.
– Grandi! Va bene… a giovedì!
– Ciao Max, a giovedì.
– Allora suoni? – Curioso Livio.
– Certo, non potevo mancare, e poi magari mi fa bene.
– Dai, te lo dico sempre, tu non puoi fingere, non lo puoi fare, lei se ne è accorta e in fondo è meglio così
– Se lo dici tu…
... ...
Passano i giorni, sfumano indecorosi tentativi di rappacificazione, interminabili telefonate nella mia mente: rapidissime, inutili e brusche nella realtà.
E l’altra ogni tanto riempie il mio vuoto negli occhi, come sempre e come sempre penso che potrei innamorarmi di lei, ma so solo che si chiama Veronica, che mi ha fatto capire che non è aria, che… o no?

Vedere Lucia in compagnia del suo ex, nel locale, poco prima del concerto un po’ mi scaricò del peso di quella settimana, e un po’ mi fece incazzare: lo lasciò criticando il suo modo di essere conformista, noioso, prevedibile… ora sono qui ad un concerto Jazz. Ma come? Non la faceva incavolare il Jazz?
Abbasso la testa quando, strafottente, mi guarda; e mi fa palesemente capire di aver preferito le giacche, le cravatte e la “posizione”, al sax, i cappellini colorati, i camicioni larghi, l’operaio! E mi dico “coglione!”.
– Che dici Andy? – Max distratto dalla mia voce improvvisa.
– Niente, niente! – E ora scarico il mio cuore dai sensi di colpa, dalla tristezza, che è dura da mandar via, e cancello il suo volto dalla mia musica!
E’ tardi, è già grigia di fumo la sala quando Max mi chiama sul palco. Io aprirò la serata!
Salgo, e mentre monto il sax, parte il blues di “riscaldamento” e le prime note si mescolano al ciarlare distratto e nebbioso dei presenti.
Mi chiedo se riuscirò a scaldare quest’ambiente ora. Mi chiedo come sto poi mi mando a cagare, sorrido, presento tutti i membri del gruppo, mi presento come primo solista della serata, mi scuso, scherzoso, anticipatamente per qualche stecca: – Ma suonerò ad occhi chiusi tutto ciò che verrà fuori… Grazie!
– One! Two!… One! Two! Three! Four!
Inizia “Solar”.
Sorprendente! Parte il tema, è il mio sax che lo suona e io lo seguo e soffio dentro tutto ciò che fuoriesce dai miei polmoni.
Appena mi preparo ad esporre una frase, immediatamente un’altra fa capolino, si collega all’ultima nota della precedente, solletica la crescita di una nuova e accavallo linee melodiche e le mie gambe seduto come Dexter Gordon in ‘Round Midnight; nella mia scherzosa rivisitazione mi alzerò in piedi al prossimo brano.
Come quando lui risorse nel film, e spero mi aiuti. Rallento, indugio su un passaggio, lascio in solitaria la batteria di Stefano, invento un controcanto alla linea armonica di Max e ascolto in silenzioso rispetto il “solo” di Davide…
Un applauso forte e veloce si mescola al mio battito cardiaco, riattacco il tema, concludo, e l’occhiolino di Max mi conforta una volta di più. Guardo in faccia il pubblico e lei sorridente, abilissima a schivare i miei occhi e le mie note, non ammetterà mai che le piacciono ma non mi importa più.
Presento l’ultimo brano, del mio set, e scorgo Veronica che applaude, per formalità, insieme a tutto il suo tavolino “bene”.
– Grazie! Grazie! Ora suoneremo una ballad “you know ballad?…” di Tadd Jones.
Si ode uno yeah! E mi scalda il petto.
– La vorrei dedicare a tutti coloro che pensano che potrei dedicargliela, e a tutti quelli, se ci sono, che vorrebbero che gliela dedicassi – Qualche sorriso, qualcuno si sistema al suo posto, altri poggiano il loro bicchiere di birra: attacca la dolce introduzione di Max.
– Soprattutto vorrei dedicarla ad una persona, una ragazza, che forse in questo momento non se lo aspetta, che forse è molto importante per me, e vorrei scoprirlo… To you!
¤ To You (Tadd Jones)
…Un solo sguardo fulmineo verso Veronica
, e chiudo gli occhi e inizio il tema, cantando. Sax tra le mani, curvo come un punto interrogativo, interpreto senza rifletterci troppo le parole di Hendrix (credo). Qualche applauso, sorpreso e timido. Dal buio delle palpebre, aiutato dalla musica, creo un basso rilievo della sua immagine, delle sue espressioni, e mi sembra di toccarla Veronica! Riempie improvvisamente, in questa manciata di minuti, la mia vita, e ho paura di aprire gli occhi, infrangere quella visione e scoprirla distratta… non so!
Parte il mio solo di sax, soffiato e sofferto, tento di colpirla, giro verso di lei il sax e miro bene ogni nota, poi lentamente, sfocato e gracile il mio ottone lascia il passo alle ultime gocce del piano… finisce il pezzo.
Sordo a ciò che succede, vedo solo un gran movimento, Danny il prossimo solista, vecchio compagno delle primissime esperienze musicali, mi dà una forte pacca sulla spalla e al microfono, leggo dal labiale, mi presenta ancora.
Vedo applausi e cerco lei!
Sorrido impacciato mentre smonto il sax nella valigetta, e sopra la sottile canna scrivo due parole brevi, ma importanti, le più importanti.
Prendo la valigia saluto gli amici, i musicisti, passo tra i tavoli, tra gli inaspettati cenni di soddisfazione che disegnano nuove espressioni in me, e lascio cadere sul tavolino di Veronica l’ancia. Proseguo senza voltarmi, so che l’ha presa, che l’ha “letta”.
Passo davanti alla cassa, tremante, instabile, sento dentro di me… dietro di me: “Stack!”
Un’espressione di dolore si impadronisce del mio corpo, a stento tengo in mano il sax. Ora sono fuori, respiro profondamente; le auto passano veloci sulla statale, il vento leggero spazza via i residui di quel “fumo ondoso” del locale, intuisco le note di “Starway to the star”, il piano di Max, il cavernoso sax di Danny e mi avvio a piedi verso casa e mi rimbomba dentro quello “stack!”

Era mezzanotte circa e mi dissero, che quella sera molti applausi e molte grida mi accompagnarono all’uscita, che qualcuno sperò che tornassi lì a suonare per loro, e il pezzo successivo me lo dedicarono, che i miei, lì sul palco, erano stati i dieci minuti più intensi mai ricordati, mai visti. Ma il rumore di quell’ancia rotta mi stordiva nel letto e per molto tempo il mio sax rimase senza ancia.
Un giorno apparirà lei alla mia porta, sorridente con una nuova “Rico numero tre”.
...Continua...
Nighty




permalink | inviato da il 8/5/2005 alle 20:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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Note Biografiche dell'essere vivente in questione...

Nighty
 nasce… come tutti!
E sarà proprio questo che gli regalerà quell’eterna espressione di stupore nel non persuadersi che un essere come lui potesse venire al mondo come gli altri esseri umani!
Passerà la prima parte della sua vita nell’abile arte di mimetizzarsi tra gli abitanti del globo terracqueo, annaspando volontariamente tra la mediocrità di studi tecnici e gli approcci poco convincenti con l’università.
Successivamente, con una spiazzante mossa del tutto uguale a quella dei migliori esemplari di homo sapiens (una raccomandazione parentale), conquista un posto in fabbrica come operaio generico.
Non contento della mimetica e insulsa vita fin lì costruitasi, identifica in un altro mestiere l’apoteosi dell’idiozia e contemporaneamente il suo posto perfetto per ingannare qualunque dubbio sulla sua provenienza o presunta intelligenzaL’Animatore Turistico!

Purtroppo l’istinto primordiale di scarabocchiare e far domande su qualunque cosa riempia della sua massa l’atmosfera di questo sconosciuto pianeta, e formulare di tanto in tanto pensieri di senso compiuto su fogli di cellulosa, ancora oggi minano la sua faticata tranquillità.
Si è recentemente prodotto in un libro di racconti e frammenti poetici (Racconti e Frammenti, Montedit 2005), scrive saltuariamente su un Blog (www.nightfreeqnc.ilcannocchiale.it) e continua a far domande e ad impiastrare albe primordiali e intensi tramonti con la sua pedissequa espressione di stupore.
Voci veritiere e confermate dai fatti che lo danno vincitore di un premio letterario col suo primo romanzo “Noiæ (jamme po’ iì!)”(poi trasformato in "Noi (...ae!)" per l'imminente edizione Serarcangeli), acuiscono l’incombenza che prima o poi venga riconosciuto, isolato e reso innocuo per la società.
Nell’attesa del lieto evento le ultime notizie pervenute lo danno eremita in un luogo ameno alle pendici di un monte del “Golfo del Lazio” alle prese col suo secondo romanzo.
Nel frattempo subisce gli effetti delle fobie da letto singolo e degli sbalzi di umore propri della sua natura.

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