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Disertori


14 dicembre 2005

V° Capitolo 5° Parte

…La stagione estiva del ’94 era pronta: Mauro capo animatore per una agenzia pugliese, Fabio e Danny suoi collaboratori, Andy si sarebbe aggiunto in agosto, durante le sue ferie, a completare la loro prima esperienza estiva in gruppo, anticamera dell’agenzia d’animazione che sarebbe nata subito dopo.
Le prove generali di quell’estate partirono da maggio, con l’organizzazione di una festa articolata in quattro giorni al centro della città e composta da musica dal vivo, discoteca, uno spettacolo di cabaret originale e una serata conclusiva con caccia al tesoro aperta a tutti.
Forte impegno economico per niente alleggerito dal patrocinio del comune. Grosse difficoltà organizzative soprattutto nello scavalcare lentezze burocratiche, o baronetti vestiti da vigili urbani e regole che cambiavano giorno per giorno.
La notte Mauro ed Andy partivano per Roma e fino alle prime ore del giorno scrivevano e provavano lo spettacolo a casa di Danny. La mattina poi Andy tornava al lavoro, Fabio e Danny andavano a lezione in facoltà e Mauro continuava a “visitare” vigili urbani, impiegati ENEL e funzionari comunali.
Il giorno dell’inaugurazione, un errore nel collegamento della rete elettrica manda in tilt le macchine per gli arrosticini, il furgone frigorifero per le birre, e l’impianto luci “…Cazzo!” gridano all’unisono. Qualcuno sotto i baffi sorride malignamente.
Nonostante il ritardo la festa comincia e la gente entra curiosa.
I manifesti “affissi” dal comune non si erano visti da nessuna parte e all’ultimo minuto Andy e Mauro optarono per un più classico “pierraggio” vecchio stile. Gli incassi non erano soddisfacenti, ma l’ambiente sembrava carico e attratto da una manifestazione unica, fino ad allora, nella zona.
Questa unicità fu la sua stessa trappola: presentatori rampanti in erba, sfruttarono conoscenze per imporsi nel cast. Funzionari comunali più o meno “funzionali” addensarono il programma con nuove “attrazioni”, stravolgendolo e allungandolo fastidiosamente.
Sergio e Franco, alla cassa, storcevano il “muso” davanti alle poche banconote e alla prima notte di “guardia” agli impianti , di quella che sarebbe rimasta nella loro memoria come “la settimana!”. Arrivò finalmente il giorno dello spettacolo di cabaret. Dietro il palco si cominciavano a preparare oggetti e costumi, e davanti, le ultime “stanche” prove misuravano i tempi di “esecuzione” e la fatica accumulata nelle interminabili notti romane.
Poi arrivò la sera. C’erano più di mille persone assiepate tra il tendone della birra e il palco, c’era la televisione, c’era la paura di fallire: un conto è fare cabaret in un locale, con scenette standard, cavalli di battaglia di sicuro effetto; un altro è presentarsi davanti a mille persone con una scena, atto unico, che non ha fatto ridere nessuno prima, solo loro quattro, tra lacrime di tensione e fatica durante le prove.

?Mick’s blessing (Mick Talbot)

“Signore e signori: Metamorfosi Group!” Applausi fragorosi, gocciolante sigla di pianoforte, come il sudore dalla pelle, come l’emozione dagli occhi, e sono su!
Primo ingresso… Fabio vestito da donna e Danny come un neonato sul passeggino, che è una carriola. Andy, vigile urbano, vestito come Zorro e annunciato come: “Super Urbano!”
E sono già mille volti che ridono e Mauro dietro le quinte grida “Yeah!!!”. Scorre via, la leggera parodia sulle piccole abitudini della cittadina. Solo qualche piccolo calo di ritmo ma…

LA GALLERIA

Mauro sale sul palco vuoto
, dopo un finale assordante, di risa, fischi e grida. Guarda il pubblico:
– Noi, nonostante la nostra verve, il nostro fascino…
– …Noi? – Andy si affaccia interrogativo e guadagna il palco a fianco di Mauro.
– Noi! Noi!… Dicevo: nonostante il nostro innegabile fascino, con le donne… – fa la pistola con le dita e le agita.
– Significa… “gnente!” Eh?…Eh!
M. – Siamo costretti ad adattarci… e allora le prendiamo da piccole…
A. – Ma proprio piccole! – Fa cenno con una mano, abbassandosi sulle gambe…
– …Da bambine!!! – Irrompono dai due lati Fabio e Danny. Mauro, incurante continua, serafico…
M. – Da lì le curiamo… educhiamo…
A. – Le cresciamo! – Esclama.
F.,D. – Ce le cresciamo! Ce le cresciamo! Ce le cresciamo! Ce le cresciamo!
– Fino a quando – Mauro incalza – sono belle e cresciute!
A. – Soprattutto belle! – mimando le “curve”
Fabio e Danny fermi, sguardo verso l’alto mano sopra la loro testa…
– Soprattutto cresciute!!!
M. – E quando arriva quel momento…
– Quale? – Interrogativi gli altri tre.
M. – Quel momento… le prendiamo!…
– Sì! Le prendiamo! – Andy conferma poi guarda Mauro.
F.,D. – Sì! Le prendiamo. – Mimano con energia una presa.
Tutti: – E poi? – Insicuri, in attesa guardano Mauro.
M. – Le portiamo in una zona appartata… buia…e lì siamo…tesi ed emozionati…
A: – Emozionati e tesi! – Guardando titubante il pubblico.
Rigidi sull’attenti, sguardo fiero, Fabio e Danny avanzano sul palco:
– Soprattutto tesi!
– …E proprio lì… – Quasi sottovoce, con enfasi, Mauro continua.
– Quando siamo vicini!… – E gli altri tre si avvicinano.
– …Abbracciati!… – E si avvicinano ancora.
– …Stretti!… Nel momento cruciale!…
Tutti: – E vai! Sì! Sì! Sì! Finalmente! Okkei! – I tre assalgono Mauro, si scambiano hi–five e si abbracciano congratulandosi…
M: – Ehi! Qui la storia la racconto io! Non è il momento! A posto!
Andy si incupisce ad un lato. Prima immobili e sorpresi Fabio e Danny esclamano:
– Egoiste!… Egoiste! – Divaricando e richiudendo le braccia, avanti e indietro sul palco; poi silenzio: i due agli estremi si bloccano; Andy, mezzo passo più avanti, guarda Mauro come per chiamarlo alla ribalta.
Mauro fa un passo, plateale e lento, quindi enfatico:
– …Come l’operaio che si accinge, ai piedi di una montagna, a scavare la sua galleria… dopo anni di duro lavoro…
A.– Di lavoro duro!
F., D. – Soprattutto…duro!!!
M. – Dopo anni di picconate e vangate…
A. – Vangate e picconate…
F., D. – E picconate! E picconate! E picconate! E picconate! – Con mimi e gesti più o meno a tema irrompono i due estremi…
– Picconate! – Li blocca Mauro. – Finalmente sta per raggiungere il suo scopo… Ecco: l’ultimo colpo e il primo piccolo passaggio è…
Tutti: – Sì! E vai! Questa volta è fatta!… – Si esaltano convinti.
M. – Ho detto che la storia la racconto io! Fermi!!!
Andy… si incupisce da un lato, Fabio e Danny… prima immobili e sorpresi, guardano Mauro poi si rivolgono al pubblico, camminando avanti e indietro sul palco, indicando con una mano platealmente, il narratore:
– E quisht’! E quisht’! – Poi tutti si placano, Mauro ricostruisce un immagine composta e:
M. – Non fa in tempo a dare una sistematina…
Andy, lentamente, con il palmo della mano rivolto a terra:
– Un’allisciata!
F., D. – Un’allisciatina! – Esagerati gesti delle mani dei due “compari”.
M. – …Non fa in tempo a dare un’asfaltata…
A. – Una… asfaltata!
F., D. – ‘N’ Asfaltatina!!!
M. – Che cominciano a passare biciclette, monopattini, …
A. – Ce costruiscono pure i caselli…
F., D. – E poi motorini, apecar, auto, T.I.R., treni… il Titanic!!!
Improvviso silenzio, tutti e quattro si bloccano indietreggiando in sequenza dopo l’ultima esclamazione, come in un fermo immagine Fabio, Danny e Andy…
Mauro rimane davanti, in silenzio si guarda attorno, fissa il pubblico, poi:
– …E, a te!…
Con un dito in alto, Andy:
– Che sei stato il primo…
Corna in avanti e sguardo serio, Fabio e Danny:
– Non ti si ricorda nessuno!!!

Dopo un’ora e mezza tra gli applausi, dopo l’ultima battuta conclusiva tra le risate, dopo l’ultimo gesto di ringraziamento, ripetono tutti insieme ora: “Yeah!!!” mentre la gente sfolla la piazzetta e Sergio e Franco storcono ancora il muso dietro la povera cassa…
Ci rimetteranno circa 700.000 lire (del vecchio conio) per uno… un disastro economico. Un trionfo spettacolare che gli fa dire:
– Siamo grandi, possiamo provare davvero a lavorare insieme… ma questa è l’ultima festa che organizziamo!
Ultime, indimenticate, parole famose!!!
...Continua...




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1 dicembre 2005

V° Capitolo 4° Parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo
V° Capitolo


Squilla il cellulare! Di corsa risponde uscendo fuori perché altrimenti non c’è campo:
– Chi è?
– Sono Paco! Che fai ‘sti giorni?
– Niente!… Cioè il solito. Sto in un periodo di riflessione “mistica”!
– Che significa?! Fottile tutte, quelle così si fottono! Quelle vere si tengono per amiche!
– No! Non si tratta di donne!… Hai delle amiche?
– Ah! Ah! Divertente! Certo, persone con le quali non c’è bisogno di inventarsi strani amori per uscire e…
– … Trombare!… – Incalza Andy.
– No! No!… E parlare conoscersi! Con le altre trombo!
– Ma chi sono le altre?…– Ridono, Andy accarezza Alex e lo saluta per Paco.
Alex scodinzola e tenta di annusare il cellulare e sbarra gli occhi…
– Alex! Ciao!… Andy senti, l’ultimo dei 4hero ce l’hai? Grande! Io faccio serate tutti i sabati e i martedì, poi curo un programma radiofonico con musiche particolari… insomma mi conosci!
– Sì! Sì! Sono contento! Appena riesco ad organizzare un gruppo “vivace” vengo a trovarti, in bocca al lupo!
– Crepi, ciao Andy! –… – Ciao, Paco!
Ogni volta che parla con Paco, qualunque sia l’argomento, si va a finire alle sue storie estive, ai suoi tumultuosi rapporti con… se stesso, con il lavoro… l’animazione.
Paco è uno dei tanti che ha cominciato con “loro” tanto tempo fa. Ha cercato di convincerli in tutti i modi delle sue abilità, delle sue idee per l’animazione e il cabaret; e ora che ci è riuscito continua come per… non sa spiegarsi perché, però gli è simpatico e gli ricorda la passione che tutti loro manifestavano il primo anno di lavoro con… “METAMORFOSI GROUP”.

Danny era il più talentuoso: canto, ballo, recitazione. Doti innate, ma incontrollabili. Spesso eccessivo ma trascinante e geniale. Era stato convinto da Mauro a partecipare alla stagione tanto per “chiudere” il suo periodo di servizio militare. Si era scontrato con altre gerarchie, che mal si digeriscono in estate, ma grazie alla sua testardaggine e alle sue capacità si era accorto di esserne oramai inzuppato in modo irreversibile.
Fabio era taciturno, e lo è tuttora. Dal suo silenzio vengono fuori taglienti battutine e espressioni fulminanti che pochi riescono a comprendere del tutto. Poi vederlo condurre le serate è come assistere ad una summa fra Alberto Sordi e Mike Bongiorno… gaffe comprese…
Mauro era il “capo” nel senso… non è bel chiaro in quale senso, ma aveva molte stagioni alle spalle e le prime serate le caricava completamente su di lui. Gli altri erano tutti apprendisti e Andy più di tutti, nonostante brevi collaborazioni estive, non poteva vantare stagioni o esperienze di nessun tipo nel campo… ma aveva passione e volontà di uscire, prima ancora di entrarci completamente, dal personaggio dell’operaio, e la smania di dimostrarsi “nuovo”, valido e vivo!…
…Spento il cellulare, rimandato l’appuntamento con Paolo a data da destinarsi si era rituffato, come Paperone nel deposito, nel tesoro di quei manifesti, biglietti, ritagli di giornale che componevano il mosaico dell’attività del gruppo dei primi anni: il piccolo biglietto della prima sera. Il “pierraggio” casinaro, martellante, convincente, asfissiante, per spiazzare la concorrenza; il primo “casting” per il musical, le prove, le risa, le facce nuove, le prime conosciute senza timidezze senza falsi alibi; il manifesto fatto a mano della prima serata di cabaret; il ricordo del televisore montato sul palco ad imitare uno studio di un TG. Le riprese fatte nella cucina del locale. Le gambe, che tremavano ogni volta che salivano davanti alle alogene, non sarebbero più scese, per molto tempo.

I primi sguardi timidi ad un pubblico troppo conosciuto, il peggior critico possibile, poi sciolto in risate incessanti, come il rimmel di Raffaella.
E scorrono immagini di vecchie videocassette e alla melodica musica di altri suggestivi ricordi, ora si sostituisce l’allegro swing di Harry Connick Jr: la prima sigla del cabaret.

Musica e ancora musica: latina, disco, rock. L’importante era ballare e far divertire! Arrivò anche il primo “stage di formazione” per animatori, organizzato da un gruppo di animazione che non aveva ancora piena coscienza di sé, dell’ambiente che voleva invadere ma aveva grinta, passione ed idee e… tante facce nuove da convincere, per convincersi!
Ma prima dello stage ricorda chiaramente alcune tappe fondamentali per se stesso e per il gruppo che da lì a cinque anni avrebbe rappresentato il centro verso il quale convogliare il massimo delle sue energie,. Fasi intense, colme di soddisfazioni, precedute da disarmanti delusioni, ricostruite su inevitabili tensioni, ispirate da sogni ed aspirazioni comuni…
...Continua...




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26 novembre 2005

V° Capitolo, 3° parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo
V° Capitolo


PINOCCHIO (L’UOMO DI LEGNO)

Sorride e piange
, danza e cade, si rialza, si piega, si spezza, si ricostruisce e… sorride e cammina, un giovane uomo in un cantiere edile qualsiasi in una piccola cittadina del centro Italia.
Ha trovato un lavoro “sicuro” da poco e comincia ora ad organizzarsi la sua vita indipendente, così giovane e inesperta.
Guarda gli occhi di Anna ogni volta che guarda l’orizzonte: alle 17:30, quando ha finito di sistemare gli attrezzi, quando neanche il cemento sulla pelle, la polvere negli occhi, il cappellino sudato sulla testa, gli impediscono di sentire l’ultimo tepore del giorno, il vento soffice, che si alza dalle montagne all’orizzonte… l’orizzonte! Lei!
“Strano!” Pensa: “appena comincio ad assaporare la vita indipendente, già penso di legarmi con una persona!”
E non ci pensò più!
Da giovani sposi i primi momenti duri vengono per tutti. I secondi si passano, se si sono passati i primi. I terzi sono il segno di una vita vera, costruita con orgoglio, fierezza e fatica. Il lavoro è umile e faticoso. E’ importante, è prezioso e non è il solo impegno! Poi, dopo un po’ capita che non ci pensi più, vegeti nel lavoro e nella famiglia. Ma il corpo, l’anima continua a reagire, ad immagazzinare emozioni. Non parli, non ti volti più verso l’orizzonte; il cemento, la polvere, il cappellino ti nascondono al mondo e alla vita, e ti riconosci solo quando, stanco e spoglio, li togli via la sera. Non ti accorgi di esserti abituato a non chiederti più il perché? Con chi? Di aver paura delle risposte!
E il giovane amico di tuo figlio non ti stringe la mano perché impressionato dalle tue dita, dalle pieghe della pelle, dal volto scuro; da quella palese e ingombrante diversità con il mondo dei banchi di scuola o della “piazza– ragazza– discoteca”. E’ così fastidiosa quella situazione che preferisci sorridere ad un sorriso abituato, e dimenticare le domande… presto!… Troppo presto!
Va lentamente verso il lavandino, pigia due volte il dosatore del sapone, con un movimento d’avambraccio: polso rigido, dita ferme un po’ divaricate, distese, il corpo ritto, solo un po’ in avanti, ma non piegato, leggermente inclinato. L’altra mano prende il pomello dell’acqua e gira e muove le pieghe della pelle intorno alle articolazioni, le rughe sul volto, sul collo, sul petto… nel cuore.
L’aspetto è indurito e scurito da troppo cemento, troppa polvere, sudore, che non si è più curato di rimuovere con la perizia di un tempo. Si sono accumulati dappertutto gli anni di lavoro: sul suo sorriso, sui movimenti delle mani, delle gambe, sulle sue parole, sulle sue risa, sui suoi pianti.
Sembra fatto a segmenti prefabbricati, legati da cerniere che gli permettono i movimenti. Sembra inattaccabile dall’esterno, una scultura in legno, un burattino. Ma è solo la manifestazione della sua anima, della sue reazioni soffocate. Mano a mano sono venute fuori e come la corteccia di un albero, portano sulla superficie la storia. La storia che non si apprende con lo sguardo, con il tatto o con le orecchie, ma immaginando cosa c’è dietro ogni ruga, come quando conti gli anni nei cerchi di un albero e li scopri così brevi e così pieni!
E puoi capire, anche nell’oblio apparente della sua anima, anche nella fatica e nell’umiltà del suo lavoro; nella irreale indipendenza della sua vita, una felicità fatta di un figlio che ha amici, che ha una famiglia, un’opportunità.
Incontrandolo, e stringendogli la mano, chiedendogli come sta, mentre a fatica muove il volto in un sorriso ironico, insospettabile per una faccia di legno, sentirai rispondere: – Male…eh! Eh!
E facendo più attenzione, scoprirai che un po’… un pochino gli si allungherà il naso!…

… A tutti quelli che conoscono il sapore del cemento!

...Continua...




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25 novembre 2005

V° Capitolo, 2° Parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo
V° Capitolo

...

Erano state le ultime parole pensate e scritte per lei, le ultime parole pensate e scritte per chiunque: per molto tempo la sua penna fu muta, il suo sax chiuso nella valigia, e le sue matite, spuntate e impolverate, erano tristi soprammobili nella sua camera.
Nonostante tutto non lo ricordava come un periodo vuoto, anzi: l’estate era finita, ottobre minacciava le sue copiose piogge con le prime nubi nere, sui monti variopinti di castagni e querce d’autunno…
Mauro non la finiva più di raccontare la sua stagione di animazione, l’ennesima! E Danny, entusiasta come la prima volta che intonò un blues col sax, descriveva tutte le ragazze della sua stagione di animazione, la prima!
Fu allora che cominciarono a organizzare feste, piccoli spettacoli e l’impegno diventò frenetico, divertente, appassionante e… remunerativo!
Subito dopo i turni in fabbrica, Andy si tuffava nelle riunioni e nelle prove del gruppo. Le serate di Cabaret, in un locale, erano divenute un cult della città; l’animazione in una discoteca, con l’organizzazione del capodanno e di altre serate a tema, le scenografie, i costumi, dare gli inviti in piazza, essere riconosciuto come in un villaggio turistico: si donava completamente al mestiere del divertimento! Leggero, enfatico, trascinatore, burlone… superficiale? Se lo chiedeva e lo chiedeva ai volti dei suoi amici più cari, che sembravano divertiti… “E poi sta diventando un lavoro!” si ripeteva. Si convinceva!
Dormiva 3 o 4 ore a notte ma non sentiva fatica. Raccoglieva foto e testimonianze della loro opera; progettavano stagioni estive in proprio e volavano pindaricamente sopra il grigio della città, sopra la fabbrica, l’università, la disoccupazione. Il gruppo cresceva in popolarità e nel numero di “adepti”.
Spesso Andy, nell’organizzare i loro spettacoli, avvertiva quella soddisfazione e quella gioia, tanto cercate fino ad allora per altre strade apparentemente più consuete o sicure; e lo rammaricava non poter presentare tutto questo al padre. Sperava fosse abbastanza tutto quel rumore da far arrivare qualcosa lì su. Fino a lui!…
Ora era nello studio, in piedi sopra una sedia frugava vecchi ritagli di giornale, manifesti di quella splendida stagione invernale e completava l’ennesima statua autoritratto, nella sua collezione privata; modellata in pose nuove, eclettiche, mutuate dai ricordi dei musical, delle scenette, da quel modo di essere protagonista in luoghi dove era sempre stato comune comparsa.
Poi scende dalla sedia, pulisce le sue impronte dalla similpelle, guarda fuori la finestra il cielo pulito e fresco di un sereno novembre; poi si volta verso i libri, la scrivania e si perde di nuovo alla ricerca di un “ripieno” per quella sagoma sorridente. Un po’ di brividi lo percorrono, come ogni volta che sente di avvicinarsi al momento in cui chiuse la sua anima dentro un’armatura forte ed invisibile anche a se stesso. Riporta a galla i primi mesi di lavoro in fabbrica, i confronti con quelle realtà così terrene, con quei problemi sentiti solo in TV: “devo arrivare a fine mese con un milione e mezzo”; “devo comprare il motorino a mio figlio; e i soldi per il sabato sera?”; “devo scappare alle cinque dalla fabbrica per tornare a casa, per fare… niente!?”… Erano le frasi e i problemi di quelle persone; loro non parlavano mai di musica, mai di teatro, mai di viaggi… poco di ferie, figuriamoci dell’animazione!!! Sembravano lavorare e basta! Sembravano personaggi secondari di un film: li vedi sempre nella stessa situazione e mai che ne inquadrino uno mentre fa la spesa, o mentre balla, o mentre… fa l’amore! Loro no, svaniscono, fuori da quella scena…
Poi ricorda quel carpentiere di una ditta esterna passargli davanti, e riapre sorridente la sua agenda e rinfrancato scopre che più raramente, ma anche allora, la sua anima piegava la traccia della penna in storie o personali riflessioni.
...Continua...




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16 novembre 2005

V° Capitolo, prima parte.

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


? Alleria (Pino Daniele)

Passa ‘o tiempo e che fa
tutto cresce e se ne va
passa ‘o tiempo e nun vuo’ bene cchiù.
Voglio ‘o sole pe’ m’ascittà
voglio n’ora pe’ m’arricurdà
alleria pe nu momento
te vuo’ scordà
che hai bisogno d’alleria
quant’haje sofferto
 ‘o ssape sulo Dio.
E saglie ‘a voglia d’alluccà
ca nun c’azzicche niente tu
vulive sulamente dà
l’alleria se ne va…
Passa ‘o tiempo e che fa
se la mia voce cambierà
passa ‘o tiempo e nun te cride cchiù
e ti resta solo quello che non vuoi
e non ti aspetti niente perché lo sai
che passa ‘o tiempo ma tu non cresci mai.
E saglie la voglia d’alluccà ecc.…

Chiude gli occhi e spinge fuori un’ultima lacrima, tira su col naso, e tenta di chiudere quel ricordo, di
concludere qualche riflessione e si accorge che dopo quel giorno un’accetta ha spezzato in due la sua vita:
via i campeggi in montagna, via zii e parenti, via i vecchi , falsi amici del padre, via anche Alessandra,
colpevole solo di far parte di quella metà temporale. E’ ora di capire il suo mondo, di identificarlo, di crearlo
per poterlo presentare con orgoglio, un giorno, a suo padre a se stesso…
Un mondo fatto di onestà, verità, passioni,… amici.

Non rifiuta l’occasione di passare una breve vacanza con Livio e gli altri del vecchio gruppo estivo… non sarà memorabile, ma resterà l’ultima vacanza, l’ultima in cui non si sentirà in colpa per qualche giorno di ozio!!!

V Capitolo

I primi miseri 10 giorni di ferie della sua vita da operaio, li ricorda solo parzialmente: il viaggio in treno con
Livio, la conoscenza di Rosa, durante l’ultimo tratto da San Severo a Peschici, la sua voce. I suoi occhi scuri
guardavano sempre quelli chiari di Livio. I suoi capelli scuri, mossi e luminosi, irridevano quelli altrettanto
scuri, ma prematuramente radi, di Livio, e il suo sguardo era una risposta certa e sorridente ad una
domanda mai fatta:
– Li’, perché non le hai chiesto dove sta?
– Be’… veramente…
– Cavolo stiamo a 5 chilometri di distanza… che ci vuole?
– Hai ragione! Non ci ho pensato… e poi lei…
– Avrebbe accettato! – All’unisono…
Poi il campeggio, il ferragosto e le “natiche” insospettabilmente sode di Valentina, che ballano la Lambada. Il
suo sguardo velato… ubriaco e disponibile. Andy che la bacia, la saluta e raggiunge Livio alla fermata
dell’autobus e aspetta:
– Be’, come è andata? – Livio incuriosito dall’orario.
– Niente, non mi andava… bel culo, ma era ubriaca!
– Capisco… Forse! – Dubbioso e stanco, Livio sbuffa e si siede sul muricciolo della direzione, lungo la statale…
– … No! In realtà ho ripensato ad Alessandra, mi manca, ma… in fondo… come può mancarmi se non la vedo mai? Forse dovrei provare a costruirmi una storia un po’ più realistica.
– Dici davvero?
– No! Sono le 3 di notte e sono stanco!
… Poi al lavoro… Poi…

… L’azzurro dello sguardo fisso sul televisore,
enfatizza le sfumature della solitudine di questa sera.
Solo 10 minuti prima era in attesa dello squillo del telefono.
Solo 10 minuti dopo aveva liquidato
tutto quel mondo di lettere ed emozioni.
In fretta, con una scusa banale,
le aveva  assicurato spiegazioni
e aveva riagganciato la cornetta,
notato il tremore del braccio,
gelato da pensieri persi tra la confusione di colori blu,
senza risposte nella mente.
Ed ora è lì che guarda un vecchio cartoon.
Muto ascolta il suo jazz anni ’60 raccontargli storie démodé.
Mangia pane e nutella e pensa
che era troppo tempo che non lo faceva più.
…mi sto ricostruendo
e non capisco ancora da che punto ho cominciato.
… scusami!
...Continua...




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9 novembre 2005

Disertori IV° Capitolo, ultima parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


12/7/’93


Il grigio volto dell’uomo anziano e stanco riposa nel letto: il respiro è affannato il volto disteso.
Ha parlato di una casa nel verde, per tutti, per lui. Di…
Cosa farà il 2 agosto nel giorno del suo compleanno, il primo compleanno passato in una casa davvero sua, con tutti i figli, i problemi, le gioie a salutarlo e a tenerlo ben piantato per terra; ma con quel velato sorriso di attesa e di speranza.
Ha parlato di solide mura da restaurare ed abbellire: i rapporti fra noi. Ha chiesto un bicchiere d’acqua e ha mandato al diavolo un’infermiera che non gli centrava la vena, poi ha chiuso gli occhi, ha salutato e ha cominciato a dormire.
Il borbottio dell’ossigeno fruscia alle mie orecchie, svegliando immagini, consuete, di vita familiare, quasi disprezzata nei suoi modi di manifestarsi, in obblighi fastidiosi, in orari apparentemente stupidi o in volti crucciati, preoccupati… inspiegabili.
Ora coloro quelle immagini, le muovo nella testa, le animo e ne percepisco il calore, l’affetto, ma anche la rabbia, il distacco, i colloqui frettolosi, le litigate fracassone, i sorrisi leggeri, liberi.
La vita insomma, la mia–nostra vita che mi tenevo stretta, difendevo dalla banalità più tranquilla delle altre che incontravo; dal viziato conformismo che imperava tra i conoscenti!
Poi un lungo periodo di solitudine e tristezza: i problemi prendono il sopravvento sulla leggerezza e le risate, i litigi sui colloqui e il conformismo e la banalità ricercate come fuga liberatoria…
L’uomo anziano è stanco e preoccupato, è l’unico che ci crede ancora, che spera e urla, si dispera, ma agli occhi degli altri appare solo esagerato. Le loro orecchie, le mie, non captano più le sue parole, ma solo il senso distorto che vogliono dar loro.
– La casa?… La casa costa! Il lavoro… (e guarda i suoi figli) il lavoro non si trova!
Che dolore al petto uomo!
Quel dolore lancinante che blocca il respiro, piega le ginocchia e ti appoggi al bastone guardando la cima della tua montagna che si allontana.
I boschi ingrandiscono, gli ostacoli si alzano, i pesi si moltiplicano, e paesaggi interi rimpiccioliscono, fino a diventare l’immagine che dalla panca del tinello per la finestra che dà sulla piana del Fucino, ogni giorno guardi e sogni di riavvicinare; con due passi in più, poco per volta, senza strafare, quando il petto avrà smesso di dolere, e conti i minuti che portano alla fine di un’altra giornata.
Il respiro aumenta di frequenza e diventa corto, il tuo sguardo fissa incredulo quello di tuo figlio: ti chiedi se ce la farai ad andare in bagno da solo, ma senza parlare.
Sei appoggiato alla forte spalla del giovane, pensi che è solo un effetto collaterale, che passa, che poi torna, che sta distruggendo quel dolore dentro…
Ora sei su un letto d’ospedale, da due settimane: parli con i parenti, con i colleghi di lavoro, con tua moglie:
– Mangia un altro budino!
La guardi come se fosse la tua mamma apprensiva e apri il barattolo.

E’ domenica 11 luglio, entro in camera. L’uomo dorme, è dimagrito molto, respira molto affannosamente, saluto la donna che gli tiene la mano: un’immagine alla quale non ero abituato, ma è bellissima.
Sono molto vicini ora e capisco che è così da sempre.
Le chiedo:
– Novità?
– Ha detto: “Il trasloco, il trasloco mica se fa co’ ddù giorni vajò… passami l’acqua… allora, che mi fai per il 2 agosto a casa nuova?” Poi ha chiuso gli occhi, ha sonnecchiato un po’ era stanco.
Dopo un po’ ha alzato la mano e mi ha detto: “aiutami a poggiarlo là.” Intendeva il bicchiere… ma non l’aveva tra le mani! Allora gli ho preso la mano e l’ho poggiata sul letto.
Sorrideva la donna mentre raccontava l’aneddoto, ma gli occhi erano lucidi.
– Poi ha concluso: “Beh, ora che ho preso il sonnifero posso dormire…”
Sorride ancora ma gli occhi battono velocemente e rapida la testa si volta a guardarlo, e si siede sulla sedia lì vicino.
Apro un giornale e leggo qua e là: sento il respiro rallentare, chiedo se l’avesse mai fatto, la bocca è aperta a cercare aria, gli occhi quasi strizzati, e dorme.
La donna … mia madre… risponde di no e si volta di nuovo.
– Mercoledì dovrebbe tornare a Roma per riprendere la cura…
Il respiro rallenta e diventa più leggero.
Chiudo il giornale, mi alzo dalla sdraio, che era lì per le notti passate ad accudirlo, e mi appoggio con le mani ai piedi del letto… e lui dorme.
Il ritmo rallenta ancora, come un lento sfumare di una dolce ballad. Sono le 14:45 e i secondi vanno così lenti che tutto sembra muoversi al rallentatore.
Mia madre si alza, prende di nuovo la mano dell’uomo, lo guarda mentre l’accarezza, il respiro quasi non si sente più, esco a chiamare qualcuno.
Torno, lo guardo e ascolto il suo affanno incatenarsi al mio, al gorgoglìo dell’ossigeno e al respiro preoccupato di mamma.
Poi questo intreccio ritmico sembra semplificarsi paurosamente: qualcuno degli elementi che lo componevano sta allontanandosi diminuendo la sua presenza. Le mie orecchie incredule chiedono conferma agli occhi: guardo mamma, ascolto l’ossigeno, i battiti frettolosi del mio cuore triste e… l’uomo è sempre lì, disteso, ora più rilassato, che dorme, ma non vedo il suo respiro gonfiare le narici. L’infermiera entra, gli prende il polso e mi guarda. Mia madre accarezza ancora la mano, poi allunga l’altra sulla fronte per sentirlo ancora una volta, ma lui non risponde.
Ora con tutte e due le mani tiene forte quella dell’uomo e si siede lentamente sulla sedia.
Io piego i gomiti sulla spalliera, porto le mani sulla bocca, lo guardo ancora immobile e teneramente sorridente come se tutto fosse normale e sorrido anch’io, lasciando scorrere una lacrima sulla guancia.
Il sole a fette, dalla persiana illumina la stanza silenziosa, l’ossigeno è stato chiuso, non c’è più ritmo, non più musica… non più vita!
Mio padre è morto alle 14:50 di domenica 11 luglio nella camera 11 del reparto di medicina mista all’ospedale di Avezzano. Io ero lì a vederlo andare via, così dolcemente, delicatamente, che mi sembra che da un momento all’altro me lo ritrovi di fronte mentre suono il sax, a dirmi che è ora di cena.
Papà… spero che mi guardi mentre cerco di crescere. Aspettami non andar via, perché ci sono tanti posti ancora che volevamo vedere insieme, c’è ancora tanta musica per noi… spero di non deluderti papà!!! Ciao!
Il 2 agosto, di ogni anno, daremo una festa, ovunque saremo, e tu sarai il nostro invitato speciale…
...Continua...




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3 novembre 2005

Disertori IV° Capitolo, quarta parte.

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


6/ 7/’93

Scarabocchi, cancelli tutto ciò che hai pensato per un’ora, ci riprovi e
ti incazzi quando le mani sventolano a vuoto nella tua testa.
Non ti spieghi dove siano andate le parole: è un po’ che
non riesci più a suonare la vita, perché hai scordato le parole.
Perché non piangi per quell’uomo stanco su un letto troppo bianco?
Perché ti senti pronto a schizzare via, lontano, migliaia di chilometri?
Perché non vuoi obblighi?
Tu che ti sei sempre trascurato per gli altri,
ora non hai voglia di crescere e non vuoi “impicci”,
non “vuoi” più fratelli… problemi…
Vuoi un piccolo appartamento, vuoi la libertà,
vuoi cominciare a sentirti libero di perdere un’ora,
di cominciare finalmente a studiare la musica… il “Jazz”.
Vuoi ricominciare a disegnare, sono otto mesi che non lo fai più.
Vuoi finalmente affrontare il genio di mille libri e poi farne colori,
vuoi andare al campo e salutare gli amici,
tentare quella maledetta schiacciata
e scoprire che il “ferro” si è allontanato di altri cinque centimetri
e scoprire che non te ne frega niente.
Vorresti abbracciare una ragazza, quella ragazza,
sfiorare le morbide onde dei suoi capelli,
contare i secondi sulla sua pelle,
e lasciarti rapire sguardi e pensieri.
E vuoi viaggiare, assorbire culture e fonderle e poi esternarle e poi…

Suonare ancora fino a provare dolore alla mani…
saltare ancora fino a spezzarti le ginocchia…
Disegnare ancora fino a consumare carta e matita…
Scrivere ancora fino a consumare parole, immagini e ricordi.
Ma l’ossigeno gorgoglia nell’ampolla, l’uomo stanco ferma a metà
una frase troppo nervosa e tu fermi a metà
quella sensazione di fastidio che ti dà ogni volta che ne ascolti una.
Guardi il volto dell’uomo, non capisci mai cosa prova,
perché è ancora qui?
Perché ci sarà sempre, perché non l’hai mai cercato quando tu c’eri?
Perché nonostante la tua fantasia,
non riesci ad immaginare il futuro senza di lui?
Perché non pensi che lui senta dolore?
Perché ti senti così distaccato da tutto, da tutti?
E non sei capace di avvicinare l’uomo,
poggiare una mano sulla sua spalla,
sentire il calore e il bisogno di riavere qualcosa
di ciò che ha dato, quasi sempre di nascosto.
Sentire di nuovo il tempo che rintocca e ti tocca.
… non so! Non so più niente.
… Scusa pa’!

...Continua...




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16 ottobre 2005

IV° Capitolo, terza parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo

27/ 3/‘93

Ore 18:00 : Sono andato a comprare le medicine per mio padre…
… Non l’ho mai scritto, non ho mai neanche tentato di descrivere o di “romanzare” quel momento: Giocavo in un torneo di calcetto, ed era un bel torneo di calcetto, e noi eravamo una bella squadra e arrivammo secondi per un paio di errori difensivi… ma prima della semifinale arriva mio fratello e durante il riscaldamento mi gela così:
– Aoh! Senti, hanno riportato le analisi di papà…
Mi fermo, passo il pallone e aspetto: – Allora?
– E’ tumore!!!
Cercavo parole per descrivere il primo senso di sconfitta, per cercare di non cadere subito nello sconforto, ma sentire quella parola bloccò ogni mia capacità razionale…
Ora è in piena cura chemioterapica, è nervoso e lo capisco, ma è difficile da sopportare, siamo tutti nervosi e preferisco glissare.
Ho corso una decina di chilometri, sono passato in farmacia, ora sono sudato, apro la porta, entro poggio le chiavi, il portafogli e do la busta a mio padre:
– E i sigari?
Ah! Giusto i sigari, è inutile smettere ora, no?
Scendo di nuovo le scale, un po’ stufato; non vedo l’ora di fare la doccia, guardo di sfuggita la cassetta della posta e vedo qualcosa che somiglia ad una bolletta del metano:
– Sempre così, non abbiamo il metano, siamo gli unici a non averlo, e continuano a sbagliare posto!
Mi avvicino, guardo meglio, non è una bolletta! E’ verde!
Alessandra! La sua lettera mi tiene appoggiato ad una parete dell’atrio del palazzo a leggere e così i cinque minuti per andare al tabaccaio sono diventati quindici.
Forse divento egoista verso di lei, verso mi padre, ma leggere parole così dolci, comprensive, stimolanti, droga senza effetti collaterali, mi illumina il cuore, l’anima e mi rassicura, mi copre come una coperta dal freddo. Certo lo so, quando mi perdo dietro le mie passioni, senza concludere un granché, papà ha tutte le ragioni per dirmi “ Pensa a cose serie”.
Ma ascoltare la mia voce come fosse la tua, Ale, leggendo le tue parole… be’…
Sì, forse non sono molto maturo in questi casi…
Ho comunque lasciato gli studi, aiuto mio padre in ufficio e dovrei cominciare tra breve a lavorare
quindi… a presto!
...Continua...




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10 ottobre 2005

Disertori IV° Capitolo, seconda parte.

Scusate la lunghezza, ma sono molto affezionato al racconto che posto e volevo inserirlo per intero e dedicarlo a Simon... figlio di colui che mi ha ispirato tale pezzo e che è nato un paio di giorni fa!
Con emozione, affetto e amicizia: ciao Cuggi'
Nighty

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo

AIMEZ – VOUS LE BASKET BALL?


Simone guardava fuori dalla “fenetre” il grigio che colava su Parigi e con una mano scansava l’umida e nebbiosa patina che gli impediva la vista. Silenzio in casa, lettere a metà, fotografie, ricordi, panni sporchi sul letto sfatto, ritagli di giornali, tanti libri, una bottiglia di vino sul davanzale e il bicchiere di fianco.
Libero, solo, mai in solitudine, come una spugna asciutta, immersa in un’immensa bacinella d’acqua chiara, fresca, tutta da assorbire…
Prende il bicchiere, lo accompagna vicino al naso, aspira e mescola il rosso delle colline francesi con il grigio–pioggia di Parigi, poi lo gusta intensamente man mano che risale le cavità orali, fino a sentirlo quasi in pancia, nei polmoni, nel cuore, nelle braccia. Sorseggia delicatamente, alza il bicchiere come in segno di saluto, fa un cenno con gli occhi e rende onore alla vita che ogni giorno gusta e vive. E’ un anno e mezzo ormai: quel mese di vacanza solo un debole ricordo, sembra solo un attimo il tempo che gli ci è voluto per fare una telefonata, trovare un lavoro, un appartamento, scegliersi l’università e cominciare una nuova vita, per vecchia che si potesse ritenere quella dei suoi primi vent’anni.
– Cos’avevo che non andava? – Si chiede, come per assaporare ancor di più il presente e sognare il futuro… poi si risponde:
– Tutto! Ero perso nella meccanica delle cose, uno dei tanti pezzi di un mosaico; qui sono un elemento di discontinuità, un’incognita!… Libero! - Sorseggia ancora.
– Aimez–vous le basket ball? – Berangère: la figlia del padrone di casa, una dolce ragazzina di 14 anni, biondo–castana, occhi neri e sorriso interrogativo stampato sulle labbra. Chiede, domanda, cerca continuamente… è per questo che gli è simpatica.
Nel silenzio si è avvicinata, gli ha sfiorato la schiena, distogliendolo dal paesaggio e dai suoi pensieri auto–celebrativi.
– Aimez–vous le basket ball? – Ripete.
Simone si volta, sta per rispondere di si, ma qualcosa lo rattrista. Sente un battito dentro che non ricordava da quando Lara lo aveva lasciato!
Chiede scusa a Berangère, ma ha voglia, ora, di stare solo!
Torna a guardare fuori e qualche immagine comincia ad agganciarsi alla domanda della ragazzina: pomeriggi assolati in Italia, prime pionieristiche partite a basket!
Ora ricorda le partite al campetto… e si chiede il perché di quell’improvviso disagio.
E’ tardi, esce di casa, Francis e gli altri lo attendono giù in strada.
– Mon ami! – Gli grida l’amico, appena fuori dal portone.
Simone si volta, alza un braccio in segno di saluto e va via di corsa. Cerca un posto tranquillo, lo trova, si siede su un muricciolo e chiude gli occhi…

…La sera aveva già acceso le stelle e le finestre nella cittadina. Musica dal giradischi, parole, idee, storie, sogni si comprimevano in quel piccolo spazio temporale, prima di cenare. Ogni tanto Franco si fermava a mangiare, per continuare dopo, per allungare un po’ il tempo, sempre troppo veloce e rigido.
Quante volte è accaduto, quanti viaggi, quante persone conosciute insieme, quanta libertà nell’esprimersi, nel comunicare fra loro. Quanta forza nel cercare e tenere stretti amici, esperienze, poi qualche screzio stupido, Franco cambia città, non va lontano ma si vedono sempre meno. Poi la storia con Lara, i problemi in famiglia, le difficoltà a mantenere i contatti con gli amici presi a scacchiera da studio, lavoro…
Senso di distacco, desiderio di una vita indipendente da tutto questo, poi la vacanza a Parigi…
Ma c’è ancora il sole nella sua testa, il sudore, i sorrisi, le urla di quel campo.
Apre gli occhi, sono le 18:30, 10 aprile 1963…
Torna a casa, sale le strette scale del vecchio palazzo, fino alla sua mansarda.
Annusa il profumo del legno, dei libri, si guarda attorno e cerca tra le foto, le scarpe, gli sportelli degli armadi, sul tavolo… niente! Niente che lo riporti indietro a quel periodo che risale su come peperoni a cena, insieme a quell’ultimo bicchiere bevuto alla faccia di tutti, alla finestra… alla faccia di chi?
Cerca sull’agenda vecchia, legge vecchi indirizzi ingialliti e il rumore che fanno dentro di lui è come il friccichìo della puntina sui dischi: insieme alla musica suona il tempo vissuto e stampato sul nero vinile e te lo ricorda fino a quando, “stack!”, non alzi la puntina.
Ora la puntina era tornata a raschiare dentro Simone. Ora dorme, riposa, e sogna.
In soli due giorni aveva organizzato tutto: 4 giorni di ferie, un saluto veloce agli amici, 5 minuti per annusare l’aria alla stazione e poi via! Sul treno.
– Eccola la mia cittadina! – : la stazione. il verde, i rumori, i profumi, ora la ricompone a poco a poco nel suo cuore, scende dal treno, telefona a casa e aspetta.
Dieci minuti ad aspettare, a guardare fuori come dalla mansarda di Parigi, per capire quanto tutto ciò gli è ancora famigliare.
Arrivano i “suoi” con Michele, caro amico di sempre, si salutano, istintivo e sicuro, chiede:
– Ma Franco?
Silenzio in auto, solo il rumore dei cambi nervosi del padre.
“Schiaff!!” La mano della madre colpisce la fronte con forza e disperazione.
Michele sgrana gli occhi, accenna:
– Ma, come è possibile… – Ma dopo pochi puntini di sospensione prende coraggio:
– E’ morto!
– Un incidente stradale, un anno fa… – Spiega la madre.
Chissà come, nonostante la gravità del fatto, nel momento stesso in cui Simone volle di dimenticarli, loro si dimenticarono di lui.
Solo tre parole:
– Portatemi da lui.
Rimase immobile più di mezz’ora a guardare la tomba, i fiori e quella stupida foto sorridente…
– Lui non amava le pose!
Poi andò via.
Pochi giorni passati tra foto, i luoghi abituali di un tempo e il campetto… tra improvvisi sensi di colpa: ricordava di non averlo salutato quando partì.
Rivide tutti a poco a poco, ma non ha il coraggio di affrontare la famiglia di Franco.
Squilla il telefono, sono le 21:00, l’indomani Simone riparte, con lui sono un po’ di amici e Michele.
Rispondono:
– E’ per te! – Simone, curioso:
– Chi è?
– La madre di Franco! – Michele gli porge la cornetta.
Parla un po’, poi attacca e trascina Michele fuori.
– Accompagnami dalla madre di Franco! – Chiede mentre sono già nell’auto!
Lo attendeva fuori della porta: un piccolo giardino, un lume sulla porta illumina di un caldo giallo la notte. Sarà per quello o per la distesa e serena espressione della donna, ma ora non ha più paura.
– Ecco, è una lettera, l’aveva scritta poco prima di… voglio dirti che non ce l’ha mai avuta con te, anzi, quasi se l’aspettava…
Apre frettolosamente la lettera, ne strappa un lembo, sorride teso, lo tiene con due dita e legge:
“Caro Simone, solo poche parole, perché non voglio in un attimo mi ritorni con tutte le spiegazioni che in realtà esigo; volevo solo farti immaginare la mia voce, leggendo alcune mie parole e stimolare in te un desiderio di comunicazione, qualcosa che ti spingesse a salutarmi, salutarci, magari a Natale.
Volevo che tu sapessi che, quando ti vidi dopo la fine della storia con Lara, dopo i litigi in famiglia, e ricordando tutti i nostri sogni, ero sicuro che ci avresti provato a cambiare, anche se sembrava una semplice fuga: troppo poco per risolvere tutto.
Penso che quei problemi riposeranno in te per un po’, ma quando si sveglieranno, non esitare a chiamarmi, perché io, in fondo, ti capisco: io sognavo e basta, tu agivi, sempre! E spesso riuscivi… ti saluto…”.
Una lacrima ora confonde un ultimo baffo della strana calligrafia di Franco:
– Posso tenerla?
– E’ tua! – Un abbraccio tenero, forte, lungo, un sorriso di ringraziamento, si salutano e si allontanano.
La donna attende ancora un po’ fuori, annusa la fresca aria di campagna, frena la commozione per le troppe lacrime già versate, un grosso respiro, caccia via l’aria e in un attimo gira, chiude la porta e spegne il lume.
Simone ora è a letto, fra poche ore sarà di nuovo sul treno, la sua vita lo attende di nuovo… nuovo, più vero e sereno. Sussurra:
– Grazie Fra’, grazie Miche’!
Ora la notte è tornata blu, scura e calda della sua luce.

C’è euforia ‘stasera a casa del vecchio “Simon”: un italo– francese scappato tanti anni fa da un ambiente che non sentiva più appartenergli, ora riposa la sua stupenda vita con Genevieuve in una villetta alle porte di Parigi.
Su al primo piano c’è una stanza che Simon usa affittare a giovani studenti italiani.
Oggi arriva Antonio starà qui per alcuni mesi a studiare…
Suonano alla porta, il vecchio Simon guarda con tenerezza Genevieuve mentre cucina, e va ad aprire.
– Ciao, tu devi essere Antonio!
– Si! Buonasera, lei è Simon e… la sua signora, buonasera!
– Buonasera Antonio, ben arrivato, hai fatto un buon viaggio? – Chiede in uno stupendo accento parigino Genevieuve.
– Ottimo, piacevole, grazie!
– Vieni, ti faccio vedere la stanza…
Simon sale le scale e il ragazzo lo segue guardandosi intorno curioso e radioso.
– Ecco qua… ma, come ti senti? Dì la verità.
– Benissimo! Finalmente a Parigi, solo e … non lo so… mi sento grande!… Voglio trovarmi un lavoro, essere il più indipendente possibile finché sarò qui!
– Mmh! Si, ne ero certo! Aspettami qui, torno subito!
Quasi di corsa l’anziano signore scende, prende una bottiglia di vino, due bicchieri e poi, quasi di corsa risale gli scricchiolanti gradini di legno.
– Ecco, accomodati pure, prendine uno e ascolta – Porgendo un bicchiere. – … dì, ti piace il basket?
– Come dice? – Incuriosito Antonio guarda Simon e aspetta.
Questi versa del vino nei bicchieri, fuori dalla “fenetre” qualche goccia di grigio comincia a colare il tardo pomeriggio parigino, è il 15 febbraio 1993.
Simon si alza, va verso la finestra, scansa l’umido e nebbioso manto che gli impedisce la vista, alza il bicchiere, fa un cenno con gli occhi verso una foto, invita Antonio ad avvicinarsi, poi ripete:
– Aimez– vous le basket ball?… E’ una lunga storia…
...Continua...




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7 ottobre 2005

L'ultimo Capodanno

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo

IV° Capitolo

… Poi il suono spolverò le stanche pareti del cuore
e tornarono a galla forme, colori, volti dimenticati,
ma di grande valore…

31/ 12/ ‘92
Giovedì, suona il citofono, ore 22: 20, scendo: Lorenzo mi attende in auto.
Lorenzo compare di una dodicina di anni nelle vacanze, nelle “vasche in piazza”, nelle cene fuori, che vivo durante le mie giornate di ragazzo di provincia... e quest’ultima definizione mi tocca duro, come un jeb di Holmes, scendo!
Vecchio karateka! Si fa per dire: sportivo e competitivo sempre, in ogni campo, agonista, calciatore; ma un tempo disegnava Naïf con pastelli ad olio su qualsiasi foglio e lo ricorda bene!
– Ciao Lo’! Andiamo, Livio ci aspetta, ha già finito il cenone!
Ah! Dimenticavo, è il 31 dicembre ’92…
Arriviamo sotto la villa, in zona collinare, suoniamo, immediato Livio fa capolino dal portone, accenna qualcosa con la mano e in due minuti siamo in viaggio.
Motore felino rumoreggia, fruscìo di gelide folate invernali lungo i finestrini appannati. I fari sciolgono il buio, ci lasciano leggere i cartelli… l’autostrada, Roma, la festa:
– Be’ co’ ‘sto ritmo arriviamo in tempo! – Ci comunica Lorenzo. Livio al posto del navigatore: guarda l’ora, ricorda che la festa è in una località un po’ più “su” di Roma, e fa una smorfia scettica.
Io sto dietro, rilassato, sento il ruggito dell’auto farsi più calmo:
– Quando arriviamo, arriviamo! – Si distende Lorenzo.
Viaggia la mente, tento di ricordare altri capodanno, ma c’è poco da ricordare: non ho mai partecipato a quelle feste tutto alcool nelle case di chi non riesco neanche a salutare per nome; e neanche a quei party in discoteche stracolme, dove non succede mai niente! In cui tutti i partecipanti raccontano di aver fatto “cose turche”!
Non ho mai ceduto al rito del “ci dobbiamo divertire”, ma sempre, quando possibile, alla scelta del “ci vogliamo divertire”. Quest’altra filosofia, sicuramente meno popolare, fa sì che certe esperienze, viaggi, feste mi abbiano riempito e coccolato come un neonato in braccio alla madre… ma portano date strane, quasi mai capodanno o carnevale: è successo un 20 maggio, un 7 luglio, “date qualunque” che io e i miei amici però ricordiamo bene… spero!

La festa, gli amici, le ragazze, l’alcool, l'oblio, forse è questo che si cerca nelle partecipazioni di massa in certe ricorrenze: l'oblio di quelle sere ti alleggerisce di pensieri, ti fa guardare nuove cose e le rende importanti per poche ore. Occupa la tua mente a pensarle, a sognarle, fino alla fine della sera, quando, con un pugno di arachidi e un sorso di troppo di un qualsiasi spumante, saluti tutti. Poi torna la strada familiare, un po’ tremolante, torna il brusio–gelido–vento, lo accompagnano risate più facili e futili, torna la memoria, torna lo stesso identico umore di poche ore prima e solo un inspiegabile sorriso superstite sulle labbra ti guida dentro casa, sotto le coperte.

Dopo qualche chilometro le risate e il ciarlare fitto coprono il brusio dell’auto: la strada è deserta, ma l’umore è quello giusto.
Sembra un film questo viaggio: l’auto lampeggia i suoi riflessi metallici, solitaria sotto i lampioni degli autogrill. Le nostre parole, voci fuori campo della scena, fanno da sottofondo a questo scorrere di immagini nei rettilinei neri come chilometri di pellicola che scivolano veloci sotto gli occhi di un attento osservatore che attende sviluppi, novità, imprevisti.
– 23:45 raga’ al prossimo autogrill direi… che stappiamo! – Propongo.
– Lo’, mica… – Livio preoccupato, avremmo dovuto raggiungere la festa per la mezzanotte e…
– Ho io la cosa che fa per noi, al diavolo la festa! – Lorenzo si esalta.
– Brindiamo in uno dei prossimi bar! – Si convince Livio.
Sorpassiamo due o tre aree di servizio chiuse, cominciamo ad intristirci.
– Aho’! Ma qua non c’è nessuno! – Fermi all’ultima area di sosta.
– Però lo spumante e fresco! – Lorenzo ci chiama verso la coda dell’auto.
– L’ho messo nel vano della ruota di scorta, ne ha presa di aria!
– Eh! Di là… sembra aperto! – Grida Livio
Sottopasso, lento e… puzzolente, entriamo, salutiamo tutti i presenti: 4 camionisti incupiti e due baristi ancora più cupi.
Stappiamo, versiamo e offriamo a tutti i presenti: ora sorridono, sono prodighi di quegli originali e veraci auguri che solo i camionisti italiani con spiccato accento romano possono fare…
Usciamo… pisciatina “alla ricerca del chiaro di luna” (doveva essere andata a festeggiare anche lei); risaliamo in macchina e il nostro “oblio” è già presente senza bisogno di eccessi; deviamo il tragitto, torniamo verso Roma, allontaniamo l’idea della festa dalla nostra mente, e all’unisono:
– Crêpe al cioccolato a Trastevere!
A stento ci ritagliamo uno spazio un angolino per gustarci l’appetitoso dolce, il piccolo locale è colmo di gente che ha avuto la nostra idea: le feste devono essere risultate noiose anche “agli altri” quest’anno!
Paghiamo, e con sereno e sorridente relax, risaliamo in macchina.
Attraversando Roma nella notte, ci lasciamo stupire, volutamente ingenui, dai filanti riflessi umidi sull’asfalto dei fari di un traffico nervoso, fuori tempo; dai colori della città illuminata dal blu notte che enfatizza il riverbero delle insegne, delle finestre, stelle nel cemento, dal ritmato cambiamento di colore dei mille semafori, dal continuo rumore del fiume di auto sui ponti, dal fluido scorrere del Tevere sotto i ponti.
Ci incazziamo davanti a quell’immensa macchina da scrivere (Altare della Patria), assolviamo via dei Fori Imperiali, ammutoliamo sotto il Colosseo, percorriamo via Cavour e dopo pochi minuti giungiamo all’ormai tranquillo, silenzioso e buio quartiere di San Lorenzo.
Siamo davanti al portone che per anni mi ha visto entrare ed uscire senza troppi risultati… ho ancora le chiavi, lo stesso Antonello mi disse: – Tienile, quando vuoi, vieni… – poi partì per Parigi.
Ora, di riprendere la strada di casa non ci tocca nessun angolo del cervello… quindi!
Uso le mie vecchie chiavi e riscopro con particolare piacere il loro rumore nella serratura, la pesantezza del portone, sempre uguale. La mia camera possiede ancora quell’armadio, in mezzo alla stanza a mo’ di divisore, disegnato sul retro dalla mia mano, qualche anno prima. Una riproduzione della fermata A.T.A.C. e un vero secchio “ da lampione” appesi al muro… i disegni sulle pareti, il calendario di modelle… tutto uguale, deve essere piaciuta ai nuovi inquilini…
Lorenzo in un batter d’occhio è su un letto che dorme: ha guidato sempre lui, la scelta di non andare alla festa l’ha presa anche per quel cattivo sapore che gli tornava su per quella storia che stava sfumando, e lei era là. E’ stanco.
Io e Livio ci accomodiamo nella camera di Antonello: pareti bianche, piccolo soppalco sulla sinistra, grande finestra a destra. Mensole, termosifone, tubi, scala: neri! Una sedia di vimini, una piccola scrivania, sotto la finestra, coperta di panni.
Sul soppalco una scaffalatura, un baule come armadio, un piccolo stereo, cassette qua e là, fotografie e disegni dappertutto!
Anto vive qui! Cerchiamo indiscretamente qualche testimonianza del suo sempre incognito presente: foto dei suoi viaggi, amicizie a noi sconosciute e Livio si distrae sempre più spesso e rimane fisso verso la finestra davanti a noi, poi con uno scatto ricomincia a parlare e a guardare foto, libri e disegni.
– Ora sento che sta bene. Qui sembra che ci sia la sua vita, a me non è riuscito: il periodo a Roma, università a parte, l’ho preso come una vacanza lunghissima, non mi pare di aver costruito granché. Lui no! Immediatamente si è creato degli amici nuovi, impegni nuovi, tanto studio… insomma ha trovato la forza di viverla ‘sta città!
– Tu hai preso l’ultimo treno per casa!
– Già! E ora Anto è un po’ più lontano… però sta meglio!
I nostri ricordi vanno a quella prima ragazza “romana” che cambiò la sua vita… poi il mare assieme, i primi screzi tra amici, battibecchi vergognosi, poi la lontananza, poi la maledetta occupazione alla facoltà e infine Anto si ritrovò solo, senza lei, senza noi.
Lo perdemmo di vista per un bel po’ tra servizi di leva, impegni di lavoro e imbarazzo.
– Ricordo che lo rividi durante un fine settimana e guardarlo negli occhi spenti, come un estraneo che ce l’ha con te, mi fece male… ma era lui che stava male.
Una lacrima mi accarezza lo zigomo, inciampa nelle labbra, impasta le ultime parole e chiudo gli occhi.
Volto la testa: Livio mette una cassetta nel registratore e si stende occhi aperti sul letto.
Vedo nella sua espressione, gli anni passati a capire, a scegliere, gli anni che gli appaiono vuoti e forse invidia ad Antonello anche i dolori… ma è invidia di sincero apprezzamento, resa un po’ cieca verso ciò che gli appartiene, dal particolare momento di suggestione.
Due corpi distesi pulsano, stanchi ma rilassati, di un leggero sonno di attesa. Hanno avvicinato la vita di un amico, senza vederlo, lo hanno capito una volta di più e tra poche ore saranno di nuovo a casa e di quella sera solo qualche parola tra i denti e qualche suono tra le pieghe delle orecchie.
Un’unica sensazione ancora ci scuote e ancora per un po’ di tempo credo: quella di essere scesi da un treno durante un lungo viaggio e scoprire dopo, che quel treno ha percorso ancora tanti chilometri e per noi è sempre più difficile saltar su di nuovo.
– Livio!… Oh!… Che ne pensi?
– … Magari, cambiamo treno!
– … Sì! Buonanotte!!!

...Continua...




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 nasce… come tutti!
E sarà proprio questo che gli regalerà quell’eterna espressione di stupore nel non persuadersi che un essere come lui potesse venire al mondo come gli altri esseri umani!
Passerà la prima parte della sua vita nell’abile arte di mimetizzarsi tra gli abitanti del globo terracqueo, annaspando volontariamente tra la mediocrità di studi tecnici e gli approcci poco convincenti con l’università.
Successivamente, con una spiazzante mossa del tutto uguale a quella dei migliori esemplari di homo sapiens (una raccomandazione parentale), conquista un posto in fabbrica come operaio generico.
Non contento della mimetica e insulsa vita fin lì costruitasi, identifica in un altro mestiere l’apoteosi dell’idiozia e contemporaneamente il suo posto perfetto per ingannare qualunque dubbio sulla sua provenienza o presunta intelligenzaL’Animatore Turistico!

Purtroppo l’istinto primordiale di scarabocchiare e far domande su qualunque cosa riempia della sua massa l’atmosfera di questo sconosciuto pianeta, e formulare di tanto in tanto pensieri di senso compiuto su fogli di cellulosa, ancora oggi minano la sua faticata tranquillità.
Si è recentemente prodotto in un libro di racconti e frammenti poetici (Racconti e Frammenti, Montedit 2005), scrive saltuariamente su un Blog (www.nightfreeqnc.ilcannocchiale.it) e continua a far domande e ad impiastrare albe primordiali e intensi tramonti con la sua pedissequa espressione di stupore.
Voci veritiere e confermate dai fatti che lo danno vincitore di un premio letterario col suo primo romanzo “Noiæ (jamme po’ iì!)”(poi trasformato in "Noi (...ae!)" per l'imminente edizione Serarcangeli), acuiscono l’incombenza che prima o poi venga riconosciuto, isolato e reso innocuo per la società.
Nell’attesa del lieto evento le ultime notizie pervenute lo danno eremita in un luogo ameno alle pendici di un monte del “Golfo del Lazio” alle prese col suo secondo romanzo.
Nel frattempo subisce gli effetti delle fobie da letto singolo e degli sbalzi di umore propri della sua natura.

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