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Disertori


26 novembre 2005

V° Capitolo, 3° parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo
V° Capitolo


PINOCCHIO (L’UOMO DI LEGNO)

Sorride e piange
, danza e cade, si rialza, si piega, si spezza, si ricostruisce e… sorride e cammina, un giovane uomo in un cantiere edile qualsiasi in una piccola cittadina del centro Italia.
Ha trovato un lavoro “sicuro” da poco e comincia ora ad organizzarsi la sua vita indipendente, così giovane e inesperta.
Guarda gli occhi di Anna ogni volta che guarda l’orizzonte: alle 17:30, quando ha finito di sistemare gli attrezzi, quando neanche il cemento sulla pelle, la polvere negli occhi, il cappellino sudato sulla testa, gli impediscono di sentire l’ultimo tepore del giorno, il vento soffice, che si alza dalle montagne all’orizzonte… l’orizzonte! Lei!
“Strano!” Pensa: “appena comincio ad assaporare la vita indipendente, già penso di legarmi con una persona!”
E non ci pensò più!
Da giovani sposi i primi momenti duri vengono per tutti. I secondi si passano, se si sono passati i primi. I terzi sono il segno di una vita vera, costruita con orgoglio, fierezza e fatica. Il lavoro è umile e faticoso. E’ importante, è prezioso e non è il solo impegno! Poi, dopo un po’ capita che non ci pensi più, vegeti nel lavoro e nella famiglia. Ma il corpo, l’anima continua a reagire, ad immagazzinare emozioni. Non parli, non ti volti più verso l’orizzonte; il cemento, la polvere, il cappellino ti nascondono al mondo e alla vita, e ti riconosci solo quando, stanco e spoglio, li togli via la sera. Non ti accorgi di esserti abituato a non chiederti più il perché? Con chi? Di aver paura delle risposte!
E il giovane amico di tuo figlio non ti stringe la mano perché impressionato dalle tue dita, dalle pieghe della pelle, dal volto scuro; da quella palese e ingombrante diversità con il mondo dei banchi di scuola o della “piazza– ragazza– discoteca”. E’ così fastidiosa quella situazione che preferisci sorridere ad un sorriso abituato, e dimenticare le domande… presto!… Troppo presto!
Va lentamente verso il lavandino, pigia due volte il dosatore del sapone, con un movimento d’avambraccio: polso rigido, dita ferme un po’ divaricate, distese, il corpo ritto, solo un po’ in avanti, ma non piegato, leggermente inclinato. L’altra mano prende il pomello dell’acqua e gira e muove le pieghe della pelle intorno alle articolazioni, le rughe sul volto, sul collo, sul petto… nel cuore.
L’aspetto è indurito e scurito da troppo cemento, troppa polvere, sudore, che non si è più curato di rimuovere con la perizia di un tempo. Si sono accumulati dappertutto gli anni di lavoro: sul suo sorriso, sui movimenti delle mani, delle gambe, sulle sue parole, sulle sue risa, sui suoi pianti.
Sembra fatto a segmenti prefabbricati, legati da cerniere che gli permettono i movimenti. Sembra inattaccabile dall’esterno, una scultura in legno, un burattino. Ma è solo la manifestazione della sua anima, della sue reazioni soffocate. Mano a mano sono venute fuori e come la corteccia di un albero, portano sulla superficie la storia. La storia che non si apprende con lo sguardo, con il tatto o con le orecchie, ma immaginando cosa c’è dietro ogni ruga, come quando conti gli anni nei cerchi di un albero e li scopri così brevi e così pieni!
E puoi capire, anche nell’oblio apparente della sua anima, anche nella fatica e nell’umiltà del suo lavoro; nella irreale indipendenza della sua vita, una felicità fatta di un figlio che ha amici, che ha una famiglia, un’opportunità.
Incontrandolo, e stringendogli la mano, chiedendogli come sta, mentre a fatica muove il volto in un sorriso ironico, insospettabile per una faccia di legno, sentirai rispondere: – Male…eh! Eh!
E facendo più attenzione, scoprirai che un po’… un pochino gli si allungherà il naso!…

… A tutti quelli che conoscono il sapore del cemento!

...Continua...




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25 novembre 2005

V° Capitolo, 2° Parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo
V° Capitolo

...

Erano state le ultime parole pensate e scritte per lei, le ultime parole pensate e scritte per chiunque: per molto tempo la sua penna fu muta, il suo sax chiuso nella valigia, e le sue matite, spuntate e impolverate, erano tristi soprammobili nella sua camera.
Nonostante tutto non lo ricordava come un periodo vuoto, anzi: l’estate era finita, ottobre minacciava le sue copiose piogge con le prime nubi nere, sui monti variopinti di castagni e querce d’autunno…
Mauro non la finiva più di raccontare la sua stagione di animazione, l’ennesima! E Danny, entusiasta come la prima volta che intonò un blues col sax, descriveva tutte le ragazze della sua stagione di animazione, la prima!
Fu allora che cominciarono a organizzare feste, piccoli spettacoli e l’impegno diventò frenetico, divertente, appassionante e… remunerativo!
Subito dopo i turni in fabbrica, Andy si tuffava nelle riunioni e nelle prove del gruppo. Le serate di Cabaret, in un locale, erano divenute un cult della città; l’animazione in una discoteca, con l’organizzazione del capodanno e di altre serate a tema, le scenografie, i costumi, dare gli inviti in piazza, essere riconosciuto come in un villaggio turistico: si donava completamente al mestiere del divertimento! Leggero, enfatico, trascinatore, burlone… superficiale? Se lo chiedeva e lo chiedeva ai volti dei suoi amici più cari, che sembravano divertiti… “E poi sta diventando un lavoro!” si ripeteva. Si convinceva!
Dormiva 3 o 4 ore a notte ma non sentiva fatica. Raccoglieva foto e testimonianze della loro opera; progettavano stagioni estive in proprio e volavano pindaricamente sopra il grigio della città, sopra la fabbrica, l’università, la disoccupazione. Il gruppo cresceva in popolarità e nel numero di “adepti”.
Spesso Andy, nell’organizzare i loro spettacoli, avvertiva quella soddisfazione e quella gioia, tanto cercate fino ad allora per altre strade apparentemente più consuete o sicure; e lo rammaricava non poter presentare tutto questo al padre. Sperava fosse abbastanza tutto quel rumore da far arrivare qualcosa lì su. Fino a lui!…
Ora era nello studio, in piedi sopra una sedia frugava vecchi ritagli di giornale, manifesti di quella splendida stagione invernale e completava l’ennesima statua autoritratto, nella sua collezione privata; modellata in pose nuove, eclettiche, mutuate dai ricordi dei musical, delle scenette, da quel modo di essere protagonista in luoghi dove era sempre stato comune comparsa.
Poi scende dalla sedia, pulisce le sue impronte dalla similpelle, guarda fuori la finestra il cielo pulito e fresco di un sereno novembre; poi si volta verso i libri, la scrivania e si perde di nuovo alla ricerca di un “ripieno” per quella sagoma sorridente. Un po’ di brividi lo percorrono, come ogni volta che sente di avvicinarsi al momento in cui chiuse la sua anima dentro un’armatura forte ed invisibile anche a se stesso. Riporta a galla i primi mesi di lavoro in fabbrica, i confronti con quelle realtà così terrene, con quei problemi sentiti solo in TV: “devo arrivare a fine mese con un milione e mezzo”; “devo comprare il motorino a mio figlio; e i soldi per il sabato sera?”; “devo scappare alle cinque dalla fabbrica per tornare a casa, per fare… niente!?”… Erano le frasi e i problemi di quelle persone; loro non parlavano mai di musica, mai di teatro, mai di viaggi… poco di ferie, figuriamoci dell’animazione!!! Sembravano lavorare e basta! Sembravano personaggi secondari di un film: li vedi sempre nella stessa situazione e mai che ne inquadrino uno mentre fa la spesa, o mentre balla, o mentre… fa l’amore! Loro no, svaniscono, fuori da quella scena…
Poi ricorda quel carpentiere di una ditta esterna passargli davanti, e riapre sorridente la sua agenda e rinfrancato scopre che più raramente, ma anche allora, la sua anima piegava la traccia della penna in storie o personali riflessioni.
...Continua...




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16 novembre 2005

V° Capitolo, prima parte.

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


? Alleria (Pino Daniele)

Passa ‘o tiempo e che fa
tutto cresce e se ne va
passa ‘o tiempo e nun vuo’ bene cchiù.
Voglio ‘o sole pe’ m’ascittà
voglio n’ora pe’ m’arricurdà
alleria pe nu momento
te vuo’ scordà
che hai bisogno d’alleria
quant’haje sofferto
 ‘o ssape sulo Dio.
E saglie ‘a voglia d’alluccà
ca nun c’azzicche niente tu
vulive sulamente dà
l’alleria se ne va…
Passa ‘o tiempo e che fa
se la mia voce cambierà
passa ‘o tiempo e nun te cride cchiù
e ti resta solo quello che non vuoi
e non ti aspetti niente perché lo sai
che passa ‘o tiempo ma tu non cresci mai.
E saglie la voglia d’alluccà ecc.…

Chiude gli occhi e spinge fuori un’ultima lacrima, tira su col naso, e tenta di chiudere quel ricordo, di
concludere qualche riflessione e si accorge che dopo quel giorno un’accetta ha spezzato in due la sua vita:
via i campeggi in montagna, via zii e parenti, via i vecchi , falsi amici del padre, via anche Alessandra,
colpevole solo di far parte di quella metà temporale. E’ ora di capire il suo mondo, di identificarlo, di crearlo
per poterlo presentare con orgoglio, un giorno, a suo padre a se stesso…
Un mondo fatto di onestà, verità, passioni,… amici.

Non rifiuta l’occasione di passare una breve vacanza con Livio e gli altri del vecchio gruppo estivo… non sarà memorabile, ma resterà l’ultima vacanza, l’ultima in cui non si sentirà in colpa per qualche giorno di ozio!!!

V Capitolo

I primi miseri 10 giorni di ferie della sua vita da operaio, li ricorda solo parzialmente: il viaggio in treno con
Livio, la conoscenza di Rosa, durante l’ultimo tratto da San Severo a Peschici, la sua voce. I suoi occhi scuri
guardavano sempre quelli chiari di Livio. I suoi capelli scuri, mossi e luminosi, irridevano quelli altrettanto
scuri, ma prematuramente radi, di Livio, e il suo sguardo era una risposta certa e sorridente ad una
domanda mai fatta:
– Li’, perché non le hai chiesto dove sta?
– Be’… veramente…
– Cavolo stiamo a 5 chilometri di distanza… che ci vuole?
– Hai ragione! Non ci ho pensato… e poi lei…
– Avrebbe accettato! – All’unisono…
Poi il campeggio, il ferragosto e le “natiche” insospettabilmente sode di Valentina, che ballano la Lambada. Il
suo sguardo velato… ubriaco e disponibile. Andy che la bacia, la saluta e raggiunge Livio alla fermata
dell’autobus e aspetta:
– Be’, come è andata? – Livio incuriosito dall’orario.
– Niente, non mi andava… bel culo, ma era ubriaca!
– Capisco… Forse! – Dubbioso e stanco, Livio sbuffa e si siede sul muricciolo della direzione, lungo la statale…
– … No! In realtà ho ripensato ad Alessandra, mi manca, ma… in fondo… come può mancarmi se non la vedo mai? Forse dovrei provare a costruirmi una storia un po’ più realistica.
– Dici davvero?
– No! Sono le 3 di notte e sono stanco!
… Poi al lavoro… Poi…

… L’azzurro dello sguardo fisso sul televisore,
enfatizza le sfumature della solitudine di questa sera.
Solo 10 minuti prima era in attesa dello squillo del telefono.
Solo 10 minuti dopo aveva liquidato
tutto quel mondo di lettere ed emozioni.
In fretta, con una scusa banale,
le aveva  assicurato spiegazioni
e aveva riagganciato la cornetta,
notato il tremore del braccio,
gelato da pensieri persi tra la confusione di colori blu,
senza risposte nella mente.
Ed ora è lì che guarda un vecchio cartoon.
Muto ascolta il suo jazz anni ’60 raccontargli storie démodé.
Mangia pane e nutella e pensa
che era troppo tempo che non lo faceva più.
…mi sto ricostruendo
e non capisco ancora da che punto ho cominciato.
… scusami!
...Continua...




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9 novembre 2005

Disertori IV° Capitolo, ultima parte

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


12/7/’93


Il grigio volto dell’uomo anziano e stanco riposa nel letto: il respiro è affannato il volto disteso.
Ha parlato di una casa nel verde, per tutti, per lui. Di…
Cosa farà il 2 agosto nel giorno del suo compleanno, il primo compleanno passato in una casa davvero sua, con tutti i figli, i problemi, le gioie a salutarlo e a tenerlo ben piantato per terra; ma con quel velato sorriso di attesa e di speranza.
Ha parlato di solide mura da restaurare ed abbellire: i rapporti fra noi. Ha chiesto un bicchiere d’acqua e ha mandato al diavolo un’infermiera che non gli centrava la vena, poi ha chiuso gli occhi, ha salutato e ha cominciato a dormire.
Il borbottio dell’ossigeno fruscia alle mie orecchie, svegliando immagini, consuete, di vita familiare, quasi disprezzata nei suoi modi di manifestarsi, in obblighi fastidiosi, in orari apparentemente stupidi o in volti crucciati, preoccupati… inspiegabili.
Ora coloro quelle immagini, le muovo nella testa, le animo e ne percepisco il calore, l’affetto, ma anche la rabbia, il distacco, i colloqui frettolosi, le litigate fracassone, i sorrisi leggeri, liberi.
La vita insomma, la mia–nostra vita che mi tenevo stretta, difendevo dalla banalità più tranquilla delle altre che incontravo; dal viziato conformismo che imperava tra i conoscenti!
Poi un lungo periodo di solitudine e tristezza: i problemi prendono il sopravvento sulla leggerezza e le risate, i litigi sui colloqui e il conformismo e la banalità ricercate come fuga liberatoria…
L’uomo anziano è stanco e preoccupato, è l’unico che ci crede ancora, che spera e urla, si dispera, ma agli occhi degli altri appare solo esagerato. Le loro orecchie, le mie, non captano più le sue parole, ma solo il senso distorto che vogliono dar loro.
– La casa?… La casa costa! Il lavoro… (e guarda i suoi figli) il lavoro non si trova!
Che dolore al petto uomo!
Quel dolore lancinante che blocca il respiro, piega le ginocchia e ti appoggi al bastone guardando la cima della tua montagna che si allontana.
I boschi ingrandiscono, gli ostacoli si alzano, i pesi si moltiplicano, e paesaggi interi rimpiccioliscono, fino a diventare l’immagine che dalla panca del tinello per la finestra che dà sulla piana del Fucino, ogni giorno guardi e sogni di riavvicinare; con due passi in più, poco per volta, senza strafare, quando il petto avrà smesso di dolere, e conti i minuti che portano alla fine di un’altra giornata.
Il respiro aumenta di frequenza e diventa corto, il tuo sguardo fissa incredulo quello di tuo figlio: ti chiedi se ce la farai ad andare in bagno da solo, ma senza parlare.
Sei appoggiato alla forte spalla del giovane, pensi che è solo un effetto collaterale, che passa, che poi torna, che sta distruggendo quel dolore dentro…
Ora sei su un letto d’ospedale, da due settimane: parli con i parenti, con i colleghi di lavoro, con tua moglie:
– Mangia un altro budino!
La guardi come se fosse la tua mamma apprensiva e apri il barattolo.

E’ domenica 11 luglio, entro in camera. L’uomo dorme, è dimagrito molto, respira molto affannosamente, saluto la donna che gli tiene la mano: un’immagine alla quale non ero abituato, ma è bellissima.
Sono molto vicini ora e capisco che è così da sempre.
Le chiedo:
– Novità?
– Ha detto: “Il trasloco, il trasloco mica se fa co’ ddù giorni vajò… passami l’acqua… allora, che mi fai per il 2 agosto a casa nuova?” Poi ha chiuso gli occhi, ha sonnecchiato un po’ era stanco.
Dopo un po’ ha alzato la mano e mi ha detto: “aiutami a poggiarlo là.” Intendeva il bicchiere… ma non l’aveva tra le mani! Allora gli ho preso la mano e l’ho poggiata sul letto.
Sorrideva la donna mentre raccontava l’aneddoto, ma gli occhi erano lucidi.
– Poi ha concluso: “Beh, ora che ho preso il sonnifero posso dormire…”
Sorride ancora ma gli occhi battono velocemente e rapida la testa si volta a guardarlo, e si siede sulla sedia lì vicino.
Apro un giornale e leggo qua e là: sento il respiro rallentare, chiedo se l’avesse mai fatto, la bocca è aperta a cercare aria, gli occhi quasi strizzati, e dorme.
La donna … mia madre… risponde di no e si volta di nuovo.
– Mercoledì dovrebbe tornare a Roma per riprendere la cura…
Il respiro rallenta e diventa più leggero.
Chiudo il giornale, mi alzo dalla sdraio, che era lì per le notti passate ad accudirlo, e mi appoggio con le mani ai piedi del letto… e lui dorme.
Il ritmo rallenta ancora, come un lento sfumare di una dolce ballad. Sono le 14:45 e i secondi vanno così lenti che tutto sembra muoversi al rallentatore.
Mia madre si alza, prende di nuovo la mano dell’uomo, lo guarda mentre l’accarezza, il respiro quasi non si sente più, esco a chiamare qualcuno.
Torno, lo guardo e ascolto il suo affanno incatenarsi al mio, al gorgoglìo dell’ossigeno e al respiro preoccupato di mamma.
Poi questo intreccio ritmico sembra semplificarsi paurosamente: qualcuno degli elementi che lo componevano sta allontanandosi diminuendo la sua presenza. Le mie orecchie incredule chiedono conferma agli occhi: guardo mamma, ascolto l’ossigeno, i battiti frettolosi del mio cuore triste e… l’uomo è sempre lì, disteso, ora più rilassato, che dorme, ma non vedo il suo respiro gonfiare le narici. L’infermiera entra, gli prende il polso e mi guarda. Mia madre accarezza ancora la mano, poi allunga l’altra sulla fronte per sentirlo ancora una volta, ma lui non risponde.
Ora con tutte e due le mani tiene forte quella dell’uomo e si siede lentamente sulla sedia.
Io piego i gomiti sulla spalliera, porto le mani sulla bocca, lo guardo ancora immobile e teneramente sorridente come se tutto fosse normale e sorrido anch’io, lasciando scorrere una lacrima sulla guancia.
Il sole a fette, dalla persiana illumina la stanza silenziosa, l’ossigeno è stato chiuso, non c’è più ritmo, non più musica… non più vita!
Mio padre è morto alle 14:50 di domenica 11 luglio nella camera 11 del reparto di medicina mista all’ospedale di Avezzano. Io ero lì a vederlo andare via, così dolcemente, delicatamente, che mi sembra che da un momento all’altro me lo ritrovi di fronte mentre suono il sax, a dirmi che è ora di cena.
Papà… spero che mi guardi mentre cerco di crescere. Aspettami non andar via, perché ci sono tanti posti ancora che volevamo vedere insieme, c’è ancora tanta musica per noi… spero di non deluderti papà!!! Ciao!
Il 2 agosto, di ogni anno, daremo una festa, ovunque saremo, e tu sarai il nostro invitato speciale…
...Continua...




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3 novembre 2005

Disertori IV° Capitolo, quarta parte.

L'inizio
II° Capitolo
III° Capitolo
IV° Capitolo


6/ 7/’93

Scarabocchi, cancelli tutto ciò che hai pensato per un’ora, ci riprovi e
ti incazzi quando le mani sventolano a vuoto nella tua testa.
Non ti spieghi dove siano andate le parole: è un po’ che
non riesci più a suonare la vita, perché hai scordato le parole.
Perché non piangi per quell’uomo stanco su un letto troppo bianco?
Perché ti senti pronto a schizzare via, lontano, migliaia di chilometri?
Perché non vuoi obblighi?
Tu che ti sei sempre trascurato per gli altri,
ora non hai voglia di crescere e non vuoi “impicci”,
non “vuoi” più fratelli… problemi…
Vuoi un piccolo appartamento, vuoi la libertà,
vuoi cominciare a sentirti libero di perdere un’ora,
di cominciare finalmente a studiare la musica… il “Jazz”.
Vuoi ricominciare a disegnare, sono otto mesi che non lo fai più.
Vuoi finalmente affrontare il genio di mille libri e poi farne colori,
vuoi andare al campo e salutare gli amici,
tentare quella maledetta schiacciata
e scoprire che il “ferro” si è allontanato di altri cinque centimetri
e scoprire che non te ne frega niente.
Vorresti abbracciare una ragazza, quella ragazza,
sfiorare le morbide onde dei suoi capelli,
contare i secondi sulla sua pelle,
e lasciarti rapire sguardi e pensieri.
E vuoi viaggiare, assorbire culture e fonderle e poi esternarle e poi…

Suonare ancora fino a provare dolore alla mani…
saltare ancora fino a spezzarti le ginocchia…
Disegnare ancora fino a consumare carta e matita…
Scrivere ancora fino a consumare parole, immagini e ricordi.
Ma l’ossigeno gorgoglia nell’ampolla, l’uomo stanco ferma a metà
una frase troppo nervosa e tu fermi a metà
quella sensazione di fastidio che ti dà ogni volta che ne ascolti una.
Guardi il volto dell’uomo, non capisci mai cosa prova,
perché è ancora qui?
Perché ci sarà sempre, perché non l’hai mai cercato quando tu c’eri?
Perché nonostante la tua fantasia,
non riesci ad immaginare il futuro senza di lui?
Perché non pensi che lui senta dolore?
Perché ti senti così distaccato da tutto, da tutti?
E non sei capace di avvicinare l’uomo,
poggiare una mano sulla sua spalla,
sentire il calore e il bisogno di riavere qualcosa
di ciò che ha dato, quasi sempre di nascosto.
Sentire di nuovo il tempo che rintocca e ti tocca.
… non so! Non so più niente.
… Scusa pa’!

...Continua...




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Note Biografiche dell'essere vivente in questione...

Nighty
 nasce… come tutti!
E sarà proprio questo che gli regalerà quell’eterna espressione di stupore nel non persuadersi che un essere come lui potesse venire al mondo come gli altri esseri umani!
Passerà la prima parte della sua vita nell’abile arte di mimetizzarsi tra gli abitanti del globo terracqueo, annaspando volontariamente tra la mediocrità di studi tecnici e gli approcci poco convincenti con l’università.
Successivamente, con una spiazzante mossa del tutto uguale a quella dei migliori esemplari di homo sapiens (una raccomandazione parentale), conquista un posto in fabbrica come operaio generico.
Non contento della mimetica e insulsa vita fin lì costruitasi, identifica in un altro mestiere l’apoteosi dell’idiozia e contemporaneamente il suo posto perfetto per ingannare qualunque dubbio sulla sua provenienza o presunta intelligenzaL’Animatore Turistico!

Purtroppo l’istinto primordiale di scarabocchiare e far domande su qualunque cosa riempia della sua massa l’atmosfera di questo sconosciuto pianeta, e formulare di tanto in tanto pensieri di senso compiuto su fogli di cellulosa, ancora oggi minano la sua faticata tranquillità.
Si è recentemente prodotto in un libro di racconti e frammenti poetici (Racconti e Frammenti, Montedit 2005), scrive saltuariamente su un Blog (www.nightfreeqnc.ilcannocchiale.it) e continua a far domande e ad impiastrare albe primordiali e intensi tramonti con la sua pedissequa espressione di stupore.
Voci veritiere e confermate dai fatti che lo danno vincitore di un premio letterario col suo primo romanzo “Noiæ (jamme po’ iì!)”(poi trasformato in "Noi (...ae!)" per l'imminente edizione Serarcangeli), acuiscono l’incombenza che prima o poi venga riconosciuto, isolato e reso innocuo per la società.
Nell’attesa del lieto evento le ultime notizie pervenute lo danno eremita in un luogo ameno alle pendici di un monte del “Golfo del Lazio” alle prese col suo secondo romanzo.
Nel frattempo subisce gli effetti delle fobie da letto singolo e degli sbalzi di umore propri della sua natura.

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