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V° Capitolo, 3° parte

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V° Capitolo


PINOCCHIO (L’UOMO DI LEGNO)

Sorride e piange
, danza e cade, si rialza, si piega, si spezza, si ricostruisce e… sorride e cammina, un giovane uomo in un cantiere edile qualsiasi in una piccola cittadina del centro Italia.
Ha trovato un lavoro “sicuro” da poco e comincia ora ad organizzarsi la sua vita indipendente, così giovane e inesperta.
Guarda gli occhi di Anna ogni volta che guarda l’orizzonte: alle 17:30, quando ha finito di sistemare gli attrezzi, quando neanche il cemento sulla pelle, la polvere negli occhi, il cappellino sudato sulla testa, gli impediscono di sentire l’ultimo tepore del giorno, il vento soffice, che si alza dalle montagne all’orizzonte… l’orizzonte! Lei!
“Strano!” Pensa: “appena comincio ad assaporare la vita indipendente, già penso di legarmi con una persona!”
E non ci pensò più!
Da giovani sposi i primi momenti duri vengono per tutti. I secondi si passano, se si sono passati i primi. I terzi sono il segno di una vita vera, costruita con orgoglio, fierezza e fatica. Il lavoro è umile e faticoso. E’ importante, è prezioso e non è il solo impegno! Poi, dopo un po’ capita che non ci pensi più, vegeti nel lavoro e nella famiglia. Ma il corpo, l’anima continua a reagire, ad immagazzinare emozioni. Non parli, non ti volti più verso l’orizzonte; il cemento, la polvere, il cappellino ti nascondono al mondo e alla vita, e ti riconosci solo quando, stanco e spoglio, li togli via la sera. Non ti accorgi di esserti abituato a non chiederti più il perché? Con chi? Di aver paura delle risposte!
E il giovane amico di tuo figlio non ti stringe la mano perché impressionato dalle tue dita, dalle pieghe della pelle, dal volto scuro; da quella palese e ingombrante diversità con il mondo dei banchi di scuola o della “piazza– ragazza– discoteca”. E’ così fastidiosa quella situazione che preferisci sorridere ad un sorriso abituato, e dimenticare le domande… presto!… Troppo presto!
Va lentamente verso il lavandino, pigia due volte il dosatore del sapone, con un movimento d’avambraccio: polso rigido, dita ferme un po’ divaricate, distese, il corpo ritto, solo un po’ in avanti, ma non piegato, leggermente inclinato. L’altra mano prende il pomello dell’acqua e gira e muove le pieghe della pelle intorno alle articolazioni, le rughe sul volto, sul collo, sul petto… nel cuore.
L’aspetto è indurito e scurito da troppo cemento, troppa polvere, sudore, che non si è più curato di rimuovere con la perizia di un tempo. Si sono accumulati dappertutto gli anni di lavoro: sul suo sorriso, sui movimenti delle mani, delle gambe, sulle sue parole, sulle sue risa, sui suoi pianti.
Sembra fatto a segmenti prefabbricati, legati da cerniere che gli permettono i movimenti. Sembra inattaccabile dall’esterno, una scultura in legno, un burattino. Ma è solo la manifestazione della sua anima, della sue reazioni soffocate. Mano a mano sono venute fuori e come la corteccia di un albero, portano sulla superficie la storia. La storia che non si apprende con lo sguardo, con il tatto o con le orecchie, ma immaginando cosa c’è dietro ogni ruga, come quando conti gli anni nei cerchi di un albero e li scopri così brevi e così pieni!
E puoi capire, anche nell’oblio apparente della sua anima, anche nella fatica e nell’umiltà del suo lavoro; nella irreale indipendenza della sua vita, una felicità fatta di un figlio che ha amici, che ha una famiglia, un’opportunità.
Incontrandolo, e stringendogli la mano, chiedendogli come sta, mentre a fatica muove il volto in un sorriso ironico, insospettabile per una faccia di legno, sentirai rispondere: – Male…eh! Eh!
E facendo più attenzione, scoprirai che un po’… un pochino gli si allungherà il naso!…

… A tutti quelli che conoscono il sapore del cemento!

...Continua...

Pubblicato il 26/11/2005 alle 12.7 nella rubrica Disertori.

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